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| Alla corte di Cheope |
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NOTEFonte: Il papiro Westcar, il papiro 3033 di Berlino (pubblicato da A. Erman, Die Mar¬chen des Papyrus Westcar, Berlin 1890; per l'edizione più recente cfr. W. K. Simpson (a cura di), The Literature of Ancient Egypt, New Haven and London 1972, pp. 15-30, e (in forma incompleta) da M. Liechtheim, Ancient Egyptian Literature, cit., pp. 215-29. E l'unico manoscritto che raccoglie questo testo e fu probabilmente redatto nel XVII sec. a.C., in scrittura ieratica (primo periodo degli Hyksos). Si basa su un modello risalente alla XII dinastia (ca. 2000 a.C.) e potrebbe costituire un racconto popolare molto più an¬tico. Esso narra le vicende di un cantore che descrive con toni fiabeschi il passaggio dalla IV alla V dinastia. Alcune parti del testo, compilato in tempi diversi, sono forse più recenti. Spiegazione. Nonostante manchino sia la parte iniziale che quella finale, è possibile ri¬costruire il contenuto della fiaba. Se è vero che Cheope aveva nove figli, altri sei racconti magici che formano la parte iniziale della storia forse sono andati persi. Gli eventi mira¬colosi si riallacciano al passato, anche se l'autore non era più a conoscenza della esatta cronologia degli eventi. Lo stesso principe Djedefhor, che porta alla corte di re Cheope il mago ancora vivo, era considerato un saggio e continuava a essere venerato addirittura un millennio più tardi. L'ultimo racconto magico si riallacciava a eventi dell'epoca e segnava un passaggio dal divertimento alla serietà. Punto d'arrivo di questo racconto lungo e artisticamente ben strutturato è la nascita sovrannaturale dei tre figli del re. La cesura — storicamente molto importante — fra i costrut¬tori di piramidi della IV dinastia e gli adoratori del sole della V (i cui santuari si trovano presso Abusir, a sud di Giza) è rappresentata dalla magica nascita dei tre gemelli, vista come frutto della volontà divina. Note 1) Il giardino con lo stagno e il capanno erano tipici di ogni nobile casa egiziana. 2) La prima rematrice «ammutolì», cioè interrompe la sua canzone. Che le rematrici can¬tassero era un fatto talmente naturale, che non vi si accennava esplicitamente. Ancora og¬gi si assiste in Egitto al "lavoro e al ritmo". Smettere di cantare è una reazione compren¬sibile alla perdita del monile con il pesce, se si considera che, per la nubile, questo era un simbolo rivitalizzante legato alla dea Hathor e che la gita in barca veniva fatta in onore di questa dea, con le rematrici nella veste di serve di Hathor. Il monile è dunque una compo¬nente essenziale di tutta la storia della gita in barca e non solo uno dei fattori scatenanti delle magie di Djadja-em-anch. 3) L'appetito del vecchio saggio sta a indicare la sua forza giovanile. La bella età di «110 anni» rappresentava la lunghezza di vita ideale per gli Egiziani. Fu raggiunta anche da Giacobbe in Egitto (cfr. Genesi 50, 26). 4) «È così che si saluta...»: in entrambi i casi probabilmente non si tratta di una annota¬zione del narratore (che con ciò avrebbe inserito una terza dimensione all'interno della narrazione) ma è parte integrante del racconto. 5) «La cittadella che accoglie gli stanchi» è il regno dei morti. 6) II fatto che Djedi si rifiuti di sperimentare la sua magia su un uomo, anche se condan¬nato a morte, ne rivela l'alta statura etica ed è l'immagine rovesciata della crudeltà del re. Il «gregge sacro» è un complemento del "buon pastore", termine con cui a volte viene indicato il signore. 7) Menit e sistri sono strumenti di culto; il menit è una catena da portare al collo, il sistro è un sonaglio. Venivano utilizzati per placare gli dèi che in questo caso li usano dinnanzi a Rà-user, forse come gesto di omaggio nei confronti del genitore. 8) Le parole di scongiuro di Iside rappresentano ogni volta un gioco di parole riferito ai nomi dei figli (a proposito dei nomi cfr. n. 16). Questo modo di dare i nomi (paronomasia) era diffuso in Egitto, ma lo ritroviamo anche nell'Antico Testamento (cfr. Genesi 35, 18). Per quanto riguarda gli dèi che intervengono al momento del parto, cfr. il racconto n.11. 9) I bambini vengono descritti allo stesso modo delle statue divine. Sulla «targhetta col suo nome» è inciso uno dei cinque nomi reali che venivano scritti sull'avambraccio, su una targhetta collocata sul petto o sulla cintura. 10)In questo punto lo scriba ha invertito l'ordine di due frasi (corrette dalla curatrice dell'opera). A p. 40 abbiamo inoltre inserito il passo sul leone. 11) Circa la purificazione della donna cfr. Levitico 12, 2 e 12, 5. 12) La persecuzione di Cheope ricorda la strage degli innocenti che Erode ordinò a Be¬tlemme. Sui rapporti fra la storia del parto e il nostro Vangelo natalizio cfr. n. 11. Per quanto riguarda la persecuzione del re nemico cfr. Fr. von der Leyen, Die Welt der Mdr¬chen, Diederichs Verlag, [s.l.], 1953, vol.I, p. 151. |
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