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Pagina 1 di 3 tratto dal libro di Alan Gardiner - La civiltà egizia - Einaudi
In questo capitolo Alan Gardiner fa una breve storia dell'egittologia, e illustra le origini del pregiudizio sull'antica e misteriosa sapienza egizia tuttora coltivato da molti appassionati e sedicenti studiosi.
I primi a descrivere con abbondanza di particolari l'Egitto e i suoi abitanti ai propri conterranei furono due scrittori greci originari di città ioniche della costa occidentale dell'Asia Minore, dove, nel secolo VI a.C., viveva il popolo più avido di conoscenze di quanti mai fossero apparsi fino allora sulla terra. Ragioni precise fecero inoltre si che la loro curiosità si rivolgesse in particolare all'Egitto. Nella prima metà del secolo VII a.C. infatti gli abitanti della Caria e della Ionia avevano prestato servizio come mercenari nell'esercito del re saitico Psammetico I, che combatteva per imporre il proprio dominio su tutta la valle del Nilo. Mercanti e semplici viaggiatori dovettero certamente seguire la scia dei guerrieri, riportando poi in patria il ricordo delle strane cose viste e apprese in un paese così diverso dal loro, e sbalordendo l'uditorio con racconti su una regione dove le piogge cadono di rado e i campi sono fecondati dalle piene annuali di un grande fiume. Questi primi viaggiatori erano penetrati nell'Egitto con l'idea preconcetta di ritrovarvi il corrispettivo di molte delle cose che già erano loro familiari nella terra natia, e molti dei nomi che diedero ai luoghi e agli oggetti incontrati sul proprio cammino sono rimasti e giunti fino ai giorni nostri. Arrivando dal mare, si trovarono in una vasta regione che per la sua forma triangolare ricordava la loro quarta lettera dell'alfabeto. Raggiunto il vertice del delta s'imbatterono nella grande città di Memfi, chiamata anche Hikuptah, "Dimora del Ka (anima) del [dio] Ptah", nome che suggerì probabilmente ad Omero la parola Aigyptos (Egitto), con la quale designava tanto il fiume Nilo che la regione da esso bagnata.
A Memfi i visitatori ammirarono stupiti le gigantesche costruzioni alle quali diedero per scherzo il nome di piramidi, ossia "torte di frumento", mentre nella vicina Eliopoli a suscitarne la meraviglia furono i superbi monoliti di granito, per i quali non seppero trovare un nome più appropriato di obelisco, cioè "piccolo spiedo". Continuando a risalire il Nilo, giunti nei pressi di un canale che portava al lago di Meride, nell'attuale El-Faiyum, venne loro mostrato un grande edificio composto da numerose sale e costruito, a quanto appresero, per servire da sepolcro a un certo re Lamarés o Labarés, a noi noto sotto il nome di Ammenemés III della XII dinastia. I Greci ne conclusero che si trattava di un secondo Labirinto, un duplicato dell'intricata costruzione dovuta all'ingegnosità del cretese Dedalo. Più a sud giunsero a un importante centro urbano il cui nome egizio chiaramente equivaleva ad Abido nell'Ellesponto. Ancor più a monte lungo il fiume si trovava una grande città i cui numerosi pilastri attestavano chiaramente che era la famosa "Tebe dalle cento porte" cantata dal poeta dell'Iliade. Proprio di fronte, sulla sponda opposta del Nilo, al margine del deserto occidentale, si vedevano alcuni templi; il nome dei costruttori, così come nel caso di un grande tempio di Abido, ricordava quello dell'eroe etiope Memnone, ucciso da Achille sotto le mura di Troia, cosa che indusse i Greci a descrivere questi edifici col nome di Memnoneia. Ma, fra le stravaganti fantasie dei primi visitatori ioni, la più curiosa fu quella di supporre che gli dèi e le dee adorati dagli Egizi non fossero altri che le proprie divinità: Crono, Zeus, Efesto, Apollo, Afrodite, e così via. Li rendeva però perplessi ritrovare Zeus o Amún (Ammòn) come lo chiamavano gli Egizi, sotto forma di ariete, e Apollo, l'egizio Horo (Oros), con la testa di falco: qualche profonda ragione mistica doveva giustificare queste bizzarrie. Le innumerevoli meraviglie viste in Egitto e la loro indiscutibile antichità non potevano mancar d'ispirare una timorosa reverenza nel cuore dei viaggiatori che giungevano dall'altra sponda del Mediterraneo; fu così gettato il seme di quella leggenda della sapienza egizia, che durò quasi incontestata per duemila anni.
 | | La valle dei re | Un viaggiatore, poi, particolarmente dotato di spirito d'osservazione e di abilità descrittiva, avrebbe trovato ampia materia per i suoi scritti. E questo il caso di Ecateo ed Erodoto. Il primo, Ecateo di Mileto (circa 540-480 a.C.), pare si sia interessato piuttosto ai problemi della formazione del delta e delle piene del Nilo, e alla fauna della regione, che non agli abitanti e alla loro storia. La sua Periegesi, in cui trattò tali argomenti, è andata perduta ed è qui citata solo perché la prima di questo genere. E difficile pensare che, qualora ci fosse pervenuta, avrebbe retto il confronto con quella di Erodoto di Alicarnasso (circa 484-430 a.C.), al cui grande genio si deve la prima ampia descrizione dell'Egitto, giunta intatta fino a noi. Il libro II, che porta il nome della musa Euterpe, è una prolissa digressione, ricca di aneddoti e assai piacevole, introdotta nel racconto dell'epica lotta fra i Greci e i Persiani, e l'autore si scusa per la lunghezza della narrazione adducendone a ragione "le meraviglie dell'Egitto, invero numerosissime, e le opere di questo paese che sono di una grandiosità indescrivibile". Viaggiando per diporto e per studio, poco dopo il 450 a.C., Erodoto si era spinto fino alla prima cateratta, ma, secondo la critica moderna, il suo viaggio non sarebbe durato più di tre mesi. Ciò spiegherebbe la mancanza di una descrizione esauriente di Tebe e dei suoi monumenti, sebbene altre omissioni analoghe, come la mancanza di un qualsiasi accenno alla Sfinge, siano forse da attribuirsi piuttosto alla sua predilezione per il meraviglioso e il puramente dilettevole, caratteristica che lo indusse a riferire per esteso i racconti uditi dagli interpreti indigeni e dai subalterni addetti ai templi, da lui scambiati per sacerdoti. Le accuse di menzogna dirette contro Erodoto da critici antichi e moderni sono in gran parte dovute proprio alla sua descrizione dell'Egitto, ma in realtà non vi è ragione d'impugnarne la buona fede. Lo studioso deve piuttosto guardarsi dalle tradizioni popolari presentate come storia, dalle cifre citate in modo inesatto, dalle asserzioni vere nella sostanza, ma esagerate e travisate nella forma. Si può dire che non esiste un solo aspetto della vita degli Egizi che non abbia suscitato l'interesse di Erodoto. I suoi resoconti sull'Antico Regno sono inutilizzabili sebbene non gli fosse ignoto il nome del fondatore, Min (Mènès). Inoltre, egli seppe tramandarci, in forma solo lievemente alterata, i nomi dei costruttori delle piramidi di Giza, Cheope, Chefren e Micerino. Comunque, l'errore più grave fu quello di aver situato prima di costoro, anziché dopo, un certo re Sesòstris, nel quale si fondono vari regnanti dello stesso nome (Senwosre) appartenenti alla XII dinastia degli elenchi di Manetone, e le cui conquiste, esagerate oltre misura, si sarebbero estese fino alla Scizia e alla Colchide sulla sponda orientale del Mar Nero. Ma la trattazione dei sovrani egiziani da Psammetico I (664-610 a. C.) in avanti è degna di fede, per quanto è lecito attendersi da colui che, dopo tutto, fu il Padre della Storia, secondo la definizione di Cicerone, e il primo a distinguere il genere storico dal racconto poeticamente romanzato. Per quanto concerne la geografia, Erodoto ci dà notizie preziose, ma riguardanti essenzialmente la regione del delta; non nomina che poche città a sud di El-Faiyum, dell'Egitto vero e proprio cita solamente Chemmi (Akhmim), Tebe, Siene, Elefantina e una misteriosa Neapoli. Dei diciotto nomoi, o province, da lui citati, almeno la metà sono facilmente identificabili; tuttavia l'elenco contiene alcuni nomi che non ci sono pervenuti attraverso altre fonti, dovuti probabilmente a interpretazioni errate. Le notizie sulla religione egiziana, benché ampie, sono deludenti; egli stesso, del resto, dichiara di voler mantenere un certo riserbo sull'argomento. Alcune divinità sono citate col nome egizio (Amún, Bubasti, Iside, Osiride, Horo), ma di regola Erodoto preferisce l'equivalente greco, condizionato com'è dall'idea che gli Elleni abbiano derivato dall'Egitto non solo molte pratiche religiose, ma anche gli dèi stessi. Le descrizioni di festività locali hanno forse conservato molti particolari veridici. In realtà, l'opera di Erodoto abbonda di ogni sorta di notizie interessanti impossibili a controllarsi su altre fonti. Di notevole interesse è, per esempio, il passo (II 35-36) in cui enumera le caratteristiche che distinguono gli Egizi dagli altri popoli. Si può dichiararlo sicuramente in errore quando afferma che non esistevano vigneti in Egitto (II 77), cadendo in lampante contraddizione con se stesso (II 37, 39).
Ben poco ci è rimasto di quanto fu scritto sull'Egitto nei secoli seguenti. Non si ricordano autori degni di nota fino a Platone (428-347 a.C.) che nelle sue opere fornisce incidentalmente notizie non prive di valore; egli non ignora, per esempio, il nome della dea Néith di Sais e sa precisare quali erano gli attributi di Thòth, dio delle lettere, della scienza e dell'astronomia, nonché inventore del gioco della dama. Dal momento che qui ci interessano soprattutto gli autori di cui sopravvivono le opere complete, possiamo tralasciare le notizie disseminate negli scarsi frammenti di scrittori del secolo IV a.C., come Ecateo di Abdera. Dopo Alessandro Magno i coloni greci che sotto i Tolomei si riversarono in Egitto erano troppo assorbiti dal commercio e dall'agricoltura per interessarsi agli esotici costumi dei propri vicini indigeni. Un resoconto dell'Egitto più lungo, ma assai meno importante di quello di Erodoto, ci è pervenuto da un autore dell'epoca di Giulio Cesare, e cioè dal greco Diodoro Siculo che soggiornò per breve tempo in Egitto attorno al 59 a.C. Alcuni fatti da lui citati nel libro I della storia universale furono appresi per esperienza diretta, tuttavia le sue fonti principali sono gli scrittori che lo hanno preceduto, come il già ricordato Ecateo di Abdera (vissuto intorno al 320 a.C.) e il geografo e storico Agatarchide di Cnido (secolo II a.C.). Diodoro, pur unendosi al coro di critiche contro Erodoto, non poté evitare di valersi ampiamente delle Storie. I due autori trattano pressappoco i medesimi argomenti, ma ciascuno riferisce fatti omessi dall'altro. Dal punto di vista letterario sono ai poli opposti. Diodoro non possiede affatto quella capacità di creare personaggi con pochi tratti e quel gusto per l'aneddoto divertente che sono il pregio dell'opera di Erodoto. E uno scrittore metodico, lento, monotono, facile da analizzare, ma noioso da leggere. Un breve schizzo della cosmogonia conduce a un'esposizione della concezione che ne avevano gli Egizi e della sua base nelle opere degli dèi; molto spazio è dedicato al dio Osiride. Purtroppo però i numerosi particolari autentici e per noi preziosi si accompagnano a una narrazione delle imprese militari del dio, molto lontana dallo spirito egizio. Segue una documentazione completamente falsa sulle colonie egizie in Babilonia, in Colchide e in Grecia. L'autore si dilunga sulla geografia dell'Egitto, il suo fiume, la flora e la fauna, per concludere con una complicata discussione sulle cause delle inondazioni. Quindi, dopo un breve paragrafo dedicato all'alimentazione degli Egizi, Diodoro passa alla loro storia. Ménàs (Ménés) è ricordato come il primo sovrano, mentre il regno dei cinquantadue successori viene liquidato sbrigativamente come non segnato da avvenimenti degni di nota. Facciamo poi conoscenza con un non meglio identificato Busiride, mitico fondatore di Tebe, città di cui viene data un'ampia descrizione culminante con quella, di notevole precisione rispetto al livello storico, dell'epoca del monumento di Osymandyas (Ramessés II), ora noto col nome di Ramesseum. Posponendo la fondazione di Memfi a quella di Tebe e al regno di Osymandyas, Diodoro inverte l'ordine reale dei fatti, e in effetti tutta la prolissa trattazione del periodo storico più antico, sebbene corredata da numerosi nomi citati più o meno esatti, è ancor più vistosamente errata di quella di Erodoto nella successione cronologica degli avvenimenti. Uno spazio eccessivo è dedicato alle imprese di Sesoòsis (Sesòstris), di cui abbiamo già parlato. Di grande interesse sono gli ultimi trenta paragrafi del primo libro che trattano i più disparati argomenti: i rituali che regolano la vita dei sovrani, l'amministrazione delle province e il sistema delle caste, la giustizia e le leggi, l'educazione, la medicina, il culto degli animali, i riti funebri, il culto dei defunti, e, infine, il debito della Grecia verso l'Egitto. Ma è solo nel racconto degli avvenimenti dei secoli V e IV a.C. che l'opera di Diodoro si fa veramente indispensabile per lo studioso e che regge il confronto con quelle di Tucidide e Senofonte per autorevolezza storica. Gran parte di quello ch'egli riferisce sulle epoche più antiche non può esser controllato confrontandolo con altre fonti, e tutta l'opera, essendo più che altro una compilazione, è di valore assai disuguale.
Anche qui come per tutti gli scrittori dell'antichità classica, ci troviamo di fronte a un dilemma: quando un particolare della narrazione è confermato da attendibili testimonianze desunte da altre fonti diventa in certo modo superfluo, ma se una simile testimonianza non esiste la nostra fiducia nell'autore non basta a convincerci.
Una parziale eccezione a questa regola generale si dovrà fare per Strabone, scrittore di lingua greca nativo del Ponto, che visse alcuni anni ad Alessandria e accompagnò Elio Gallo, prefetto romano e suo amico fino alla prima cateratta, probabilmente nel 25-24 a.C. La trattazione dell'Egitto di Strabone è relativamente breve e fa parte del XVII e ultimo libro delle sue Geógraphika, per quanto cenni sul medesimo paese si trovino dispersi in altre parti dell'opera. Egli inizia con una breve dissertazione sul Nilo e continua con una lunga descrizione di Alessandria e della regione a oriente della città. La sua indagine prosegue quindi in ordine topografico. I nomi e le città del delta sono trattati con ampiezza di particolari, e il rilievo che dà al Basso Egitto è molto importante in quanto scarsi sono i documenti indigeni e i monumenti che ne rimangono. L'attenzione di Strabone non è rivolta esclusivamente alla geografia e, insieme a qualche digressione di carattere storico, egli non tralascia di fornirci interessanti notizie sui culti, sugli edifici e su altri argomenti importanti. Una testimonianza dell'accuratezza di Strabone è la descrizione del pozzo di Abido, "che si trova a grande profondità, di modo che per giungervi si scende attraverso gallerie a volta formate da monoliti che stupiscono per le loro dimensioni e per l'abilità dei costruttori"; questo passo si riferisce evidentemente al bacino scoperto da Naville nel cosiddetto cenotafio di Sethòs I. Strabone è il primo a parlare della statua sonora di Memnone a Tebe, una delle due colossali figure sedute che esistono ancor oggi nella piana a occidente di Luxor che all'alba emetteva un suono udito da molti illustri visitatori greci e romani Egli ci descrive anche il Nilometro di Elefantina, un esemplare particolarmente famoso nel suo genere, consistente in una sorta di scala sulle cui pareti veniva segnato ogni anno il livello massimo raggiunto dalla piena del Nilo. Le notizie storiche e quelle sulle usanze religiose vanno naturalmente vagliate con la medesima cautela raccomandata per gli scrittori già citati, ma dal punto di vista puramente geografico l'opera di Strabone è del tutto attendibile. Entro i confini dell'Egitto moderno, cioè fino alla frontiera sudanese, una ventina di miglia a nord dello Wadi Halfa, egli nomina circa novantanove città e altri centri minori, molti dei quali sono localizzabili con una certa sicurezza. Concludendo, osserviamo che Strabone fu scrittore vivace e non privo di abilità.
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