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Egittologia antica e moderna
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Con il diffondersi del cristianesimo le divinità pagane vennero a poco a poco bandite e Iside trovò un ultimo rifugio nell'isola di File, oltre la prima cateratta, dove il suo culto scomparve solo nel secolo V.

Ma benché la religione indigena dell'Egitto fosse ormai scomparsa, perdurava la fede nella profonda sapienza esoterica dei suoi antichi sacerdoti, e perfino la Bibbia l'incoraggiava con accenni alla saggezza dell'Egitto e ai prodigi compiuti dai suoi maghi (Esodo 7.11, 22). Si dava ancora credito alla tradizione che voleva gli antichi filosofi greci, come Talete e Pitagora, discepoli dei sacerdoti egizi.

Ma ciò che forse più di ogni altra cosa contribuì a perpetuare questi pregiudizi fu l'enigmatico aspetto dei geroglifici. Quelle rappresentazioni in miniatura di uomini e animali, piante e corpi celesti, case e arredi dovevano certo essere i simboli di profonde dottrine mistiche, dal momento che ricoprivano da cima a fondo le pareti dei grandi templi egizi. I primi scrittori greci mantennero un curioso silenzio sulla natura dei geroglifici, e solo Diodoro (III 4) cercò di spiegarli affermando che quei segni non avevano valore fonetico ma erano decisamente allegorici. Cheremone, precettore di Nerone, segui il suo esempio in un libro di cui ci rimane solo un breve passo. Comunque, il vero scoglio per tutti i decifratori che dovevano seguire fu il trattato sui geroglifici di un certo Orapollo, erudito egiziano del secolo V d.C. Eccone un esempio:

"Come essi (gli Egizi) indicano l'anima."

"Inoltre, il Falco sta a indicare l'anima, dal significato del suo nome; infatti fra gli Egizi il falco è chiamato Baieth, e questo nome scomposto significa anima e cuore, perché la parola Bai vuoi dire anima, ed eth cuore; e il cuore secondo gli Egizi è il ricettacolo dell'anima, cosicché, ricomposto nei suoi elementi, il nome significa "anima nel cuore".

Vi è una certa parte di verità nel brano citato; nella scrittura egizia il vocabolo anima veniva infatti scritto con un segno che rappresentava un uccello; ma l'interpretazione allegorica è del tutto erronea e mette il decifratore sulla strada sbagliata. Un passo nell'opera del colto presbitero Clemente Alessandrino (150-215 d.C.) sembrerebbe testimoniare una più esatta valutazione della natura dei geroglifici, ma le espressioni usate dall'autore sono troppo ambigue per frenare le fantasiose teorie della maggioranza.

Nel secolo mentre le tenebre del Medioevo si addensavano sull'Europa, l'Egitto cadeva nelle mani degli invasori maomettani. Solo dopo il Rinascimento vi fu un risveglio d'interesse per i suoi antichi monumenti. La maggior parte dei viaggiatori che si avventuravano in Egitto avevano come meta la Terrasanta e pochi si spingevano oltre la zona del Cairo. Fra i più audaci divenne di moda recarsi fino a Saqqara dove corrompevano gl'indigeni per farsi disseppellire qualche mummia e pochissimi ritornavano in patria con qualche preziosa e inedita informazione. Tra di essi il più importante fu forse il gesuita Cl. Sicard (1677-1726), il primo esploratore relativamente moderno che raggiunse Aswan. Egli riscoprì il luogo dove sorgeva Tebe e affermò di aver visitato ventiquattro templi e oltre cinquanta tombe scavate nella roccia e adorne di dipinti o sculture; disgraziatamente non pubblicò gran cosa e il suo maggior contributo è la mappa di cui si servi in seguito J.-B. B. d'Anville per la sua carta geografica dell'Egitto apparsa nel 1766.

Mappa di Norden
Mappa di Norden
Fra i più famosi libri di viaggio possiamo citare quelli del danese Fr. L. Norden (1708-1742) e degli inglesi R. Pococke (1704-65) e J. Bruce (1730-94); ma già molto prima era stata stampata una monografia sulle piramidi di tono schiettamente scientifico, la piramidografia dell'astronomo oxoniense J. Greaves (1646). La maggior parte di questi libri erano il-lustrati ma le incisioni presentavano grossolane inesattezze. Di grande utilità per gli studiosi che non potevano recarsi di persona in Egitto furono i manoscritti copti che incominciarono ad affluire in Europa dagli inizi del secolo XVII. Un certo numero di questi che si era procurato in Egitto Pietro della Valle capitarono in mano al colto gesuita Athanasius Kircher il cui libro intitolato Lingua Aegyptiaca Restituta (1643) fu il punto di partenza da cui presero le mosse gli studiosi di quest'ultima fase della lingua egizia scritta nell'alfabeto greco con l'aggiunta di pochi altri caratteri. Senza una buona conoscenza del copto la decifrazione dei geroglifici non avrebbe fatto in seguito così rapidi progressi. Non c'è che da rimpiangere che il Kircher, per altri lati davvero meritorio, non abbia saputo trattenersi dallo sfrenare la propria fantasia in cervellotiche interpretazioni dei geroglifici. Per darne un esempio, il nome del faraone Apriés scritto su di un obelisco romano significa per Kircher " che "la benevolenza del divino Osiride deve esser procurata per mezzo di cerimonie sacre e della catena dei Geni, onde possano ottenersi i benefici del Nilo". Nello stesso tempo questo grande erudito, come fecero poi P. E. Jablonski (1693-1751), a lui di poco posteriore, e G. Zoega alla fine del secolo XVIII, raccolse in ponderosi volumi tutte le notizie e ipotesi divulgate dai suoi predecessori. Scarsi furono gli ulteriori progressi fino a che il paese stesso non si dischiuse agli studiosi e fu possibile scoprire la chiave delle antiche scritture.

Questa, in breve e con molte omissioni, era nell'età prenapoleonica l'egittologia, se si può applicare questo termine a un ramo dello scibile ancora totalmente acritico e non scientifico. La nuova era ebbe inizio con la spedizione di Bonaparte in Egitto (1798) e con la scoperta della stele trilingue di Rosetta, avvenuta l'anno seguente, sulla quale era inciso un decreto del consiglio dei sacerdoti in onore di Tolomeo V Epifane promulgato nell'anno 196 a.C. Il testo greco e il demotico erano quasi integri, alquanto frammentario il geroglifico. Fu subito chiaro che questo prezioso documento offriva un'occasione, quale mai si era presentata in passato, per decifrare la lingua. La storia del successo finale è già stata narrata più volte. Il primo passo fu compiuto dal diplomatico svedese Akerblad che concentrò la propria attenzione sull'esame dell'iscrizione in corsivo immediatamente al di sotto di quella geroglifica, riconoscendo in essa il demotico di cui aveva parlato Erodoto (II 36). Dopo esser riuscito a localizzare i nomi propri confrontandola con l'iscrizione greca, individuò circa la metà delle lettere dell'alfabeto e si convinse che si trattava della lingua che in seguito si trasformò in quella copta.

Il saggio di Akerblad venne pubblicato nel 1802, ma solo nel 1814 furono compiuti ulteriori progressi ad opera di Th. Young, celebre per aver enunciato la teoria ondulatoria della luce. Uomo di profonda cultura e vasti interessi, era sempre pronto ad affrontare qualsiasi problema nuovo gli si presentasse. Non tardò a rendersi conto che i due sistemi di scrittura, la demotica e la geroglifica, avevano stretti rapporti fra di loro, e avendo osservato che nella parte greca della stele molte parole si ripetevano, riuscì a dividere il demotico in ottantasei gruppi di parole, molti dei quali esatti. Per la scrittura geroglifica prese come punto di partenza il fatto, già intuito dal de Guignes e dallo Zoega, che i cartigli o "anelli regali" (fig. I) contenevano i nomi dei re e delle regine e, per citare il Griffith, "molto ingegnosamente e con una certa fortuna individuò il cartiglio di Berenice oltre a quello già noto di Tolomeo e avanzò l'ipotesi, dimostratasi esatta, che un altro cartiglio fosse quello di Tuthmòsis della XVIII dinastia secondo Manetone. Isolò anche i caratteri alfabetici per F e T e il "determinativo" usato nei testi più tardi per i nomi femminili, inoltre, da varianti trovate sui papiri, comprese che caratteri differenti potevano avere gli stessi valori - scoperse, in breve, il principio dell'omofonia. Tutto questo si mescolava a molte conclusioni errate, ma il metodo seguito doveva infallibilmente condurre alla decifrazione completa".

Non riuscendo a fare ulteriori progressi e assorbito da lavori d'altro genere, Young abbandonò volentieri a un giovane e brillante maestro di Grenoble il problema dei geroglifici. Persuaso fin dagli anni dell'adolescenza di esser l'uomo destinato a trovarne la soluzione, J.-F. Champollion (1i90-1832) Si era preparato al compito familiarizzandosi con tutte le fonti classiche e acquistando una completa padronanza del copto. Per lungo tempo la soluzione gli sfuggì, e a un anno dalla sua immortale scoperta era ancora in dubbio se, dopo tutto, i geroglifici non fossero altro che una scrittura puramente simbolica. Akerblad aveva letto secondo il sistema alfabetico il nome in demotico di Tolomeo, e Champollion confrontando i segni demotici con quelli all'interno del cartiglio aveva dimostrato, superando le proprie incertezze, che anche i geroglifici potevano almeno in qualche caso essere alfabetici.

La conferma decisiva venne da un obelisco che secondo ogni apparenza aveva avuto un tempo come base un blocco di pietra coperto d'iscrizioni greche in onore di Tolomeo Fiscone e delle due Cleopatra. Sia la base che l'obelisco erano stati portati in Inghilterra nel 1819 per adornare il parco di W. J. Bankes a Kingston Lacy nel Dorset. Nel 1821 era stata eseguita per ordine del proprietario una riproduzione litografica delle iscrizioni greche e geroglifiche, e nell'anno seguente una copia venne in mano a Champollion. Qui egli vide che il cartiglio di Tolomeo era accompagnato da un altro che non poteva non essere quello di Cleopatra, poiché in entrambi comparivano nella giusta posizione i geroglifici di P, O ed L. E vero che il segno T era diverso nei due casi, ma questo si poteva facilmente spiegare con la teoria dell'omofonia. I due cartigli fornirono a Champollion tredici caratteri alfabetici per dodici suoni. Armato di questi elementi egli non tardò a individuare i nomi di Alessandro, Berenice, Tiberio, Domiziano, Traiano, oltre ai titoli imperiali di Autocrator, Caesar e Sebastos, tutti scritti in caratteri geroglifici.

Era così risolto il problema dei cartigli grecoromani, ma restava quello dei cartigli appartenenti a epoche più antiche. Il 14 settembre 1822 Champollion ricevette da un architetto alcune riproduzioni di bassorilievi trovati nei templi egizi che finirono per dissipare ogni dubbio. Alla fine di un cartiglio egli scopri ripetuto due volte il segno che secondo il suo alfabeto doveva rappresentare la S e, separato da un enigmatico geroglifico, il cerchio del "sole", in copto RE. Mentre leggeva "RE-?-s-s-" gli balenò alla mente il nome regale di Ramessés o Rameses.

La possibilità si mutò in certezza pochi istanti dopo quando s'imbatté in un altro cartiglio che recava all'inizio l'ibis Thoth, e, fra questo e una s, il segno ch'egli supponeva fosse una M. Doveva certo trattarsi del nome di Tuthmósis (nei vecchi libri spesso erroneamente reso con Thothmes) appartenente alla XVIII dinastia manetoniana. Una conferma fu trovata nella stele di Rosetta dove l'enigmatico segno faceva parte del gruppo geroglifico corrispondente alla parola "compleanno" in greco, che immediatamente suggerì il vocabolo copto misi o mose, "dar vita".

Da quel momento ogni giorno portò nuovi risultati. Sicuro che non ci fosse oramai più ragione di tener celate le proprie scoperte, il 29 settembre Champollion lesse all'Accademia di Parigi la sua memorabile Lettre à M. Dacier nella quale, secondo le sue abitudini, non faceva cenno dei nomi di Ramessés e Tuthmòsis, riservandosi di raccontare come fosse giunto a decifrarli nel mirabile Précis du système hiéroglyphique pubblicato nel 1824. Lunghi soggiorni a Torino e in Egitto riempirono buona parte della sua breve esistenza. Prima di morire all'età di quarantun anni era riuscito a decifrare il senso generale della maggior parte delle iscrizioni storiche. Il gran merito dell'impresa di Champollion sta meno nella scoperta iniziale che nell'applicazione straordinaria ch'egli seppe farne.

Per poter utilizzare in pieno la chiave così fornita urgevano altro materiale e riproduzioni migliori; e l'entusiasmo suscitato dalla scoperta assicurò e l'uno e l'altro. Champollion stesso diede l'esempio: il viaggio in Egitto in compagnia del professore italiano Rosellini forni un'imponente messe di disegni pubblicati in grossi volumi in folio. Una spedizione prussiana guidata dal sommo erudito R. Lepsius (1810-84) oscurò tutti i lavori precedenti con i dodici enormi volumi del Denkmàler (1849-59). Frattanto l'Inghilterra non era rimasta in ozio; i nomi più importanti sono quelli di R. Hay di Linplum, J. Burton e J. G. Wilkinson; questi, lavorando ora uniti, ora in società con altri colleghi, misero insieme impareggiabili raccolte di copie di rilievi, pitture e iscrizioni tanto più preziose oggi che molti degli originali sono andati perduti o hanno subito gravi danni. Del lavoro compiuto fra il 182o e il 1840 solo una piccola parte venne pubblicata, ma le riproduzioni di Wilkinson fornirono le illustrazioni per il suo celebre libro Manners and Customs of the Ancient Egyptians (1837). Quello stesso periodo vide il costituirsi delle grandi collezioni di reperti egizi del British Museum, del Louvre, e di Torino, Firenze, Bologna e Leida, per citare solo le più importanti. Fornitori erano i consoli generali francese, inglese e svedese, B. Drovetti, H. Salt e Anastasi, ma gli scavi da loro sfruttati o fatti eseguire assomigliavano più che altro a saccheggi, anche se non si può condannarne gli autori per aver trascurato norme scientifiche ancora inesistenti. Scavi su più vasta scala e con intenti più sistematici furono diretti a partire dal 1850 dal francese A. Mariette (1821-81), alla cui influenza presso il chedivé Said Pascià si deve la fondazione del museo di Bulaq (nome di un sobborgo del Cairo) (1858) che in seguito doveva trasformarsi nel grande museo del Cairo, ora centro d'attrazione per tutti i visitatori dell'Egitto. Gli scavi scientifici furono però lenti a cominciare e solo nel 1884 F. Petrie, forse il più fortunato di tutti gli esploratori di tombe, introdusse metodi più rigorosi e diede il buon esempio, purtroppo poco seguito, d'informare rapidamente il pubblico dei risultati conseguiti. Sarebbe tedioso per il lettore, e sleale verso i non citati, elencare tutti i principali scavatori più recenti, ma non si possono passare sotto silenzio i nomi degli americani G. Reisner ed H. Winlock, e quello dello scopritore della tomba di Tutankhamun, H. Carter. L'onestà ci obbliga ad aggiungere che troppi sono gli scavi fatti, o tuttora in corso, specialmente perché i risultati non sempre vengono pubblicati o sono pubblicati male; meglio si sarebbe giovato alla nuova scienza in formazione ascoltando l'eloquente appello dell'illustre studioso F. L. Griffith (1862-1934) che nel 1889 auspicava un maggior numero di riproduzioni dei monumenti fuori terra. Si deve alla sua iniziativa se l'Egypt Exploration Fund (più tardi Society), costituito nel 1882, divise equamente fra queste due funzioni la propria attività in Egitto. L'America tardò a entrare in campo, ma si rifece ampiamente del tempo perduto. Le splendide pubblicazioni sulle tombe tebane a cura del Metropolitan Museum of Art di New York (in gran parte merito della devota opera dell'inglese Davies) stanno per essere superate in importanza dai lavori eseguiti nei templi stessi dall'Oriental Institute dell'Università di Chicago, la grande organizzazione archeologica dovuta alla lungimiranza di J. H. Breasted (1865-1935) e alla generosità di J. D. Rockefeller jr.

In Europa molti capaci studiosi proseguirono l'opera iniziata da Champollion. In un saggio pubblicato nel 1837 R. Lepsius ridusse finalmente al silenzio le voci degli scettici che ancora ponevano in dubbio la veridicità della decifrazione. I primi ricercatori in questo campo furono S. Birch (1813-85) ed E. Hincks (1792-1866), seguiti a breve distanza di tempo da C. W. Goodwin, in Inghilterra; E. de Rougé, F.-J. Chabas e Th. Devéria, ín Francia; e, dal più grande di tutti, H. Brugsch (1827-1894), in Germania. Il rivoletto della ricerca egittologica s'ingrossava a poco a poco fino a diventare un fiume imponente tanto che oggi è impossibile per lo studioso tenersi al corrente di tutto quanto viene scritto sull'argomento, a meno di rinunciare ad ogni speranza di portare un contributo personale. Dei nomi più recenti basti ricordare quello di A. Erman (1854-1937) che, con i suoi discepoli, K. Sethe in particolare, definì con esattezza i diversi stadi della lingua egizia e pose le basi per creare una grammatica sistematica di ciascuno stadio, e il già citato F. Li. Griffith, cui l'istintivo genio di paleografo permise di decifrare alcune forme particolari delle scritture ieratica e demotica che avevano eluso tutti i precedenti tentativi.

Le università furono lente nel riconoscere la nuova disciplina. Champollion fu il primo a occupare la cattedra fondata appositamente per lui al Collège de France nel 1831. Góttingen fu forse il secondo centro di studi ad avere un professore di egittologia e la scelta cadde su Brugsch (1868). L'Inghilterra rimase indietro fino a che nel 1894, in seguito a un lascito della scrittrice A. B. Edwards, non venne concessa a Petrie una cattedra all'University College di Londra. Oggi non c'è università che si rispetti che non abbia un professore o un lettore per questa materia.


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