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Il testo qui riprodotto è tratto dal libro di Alan Gardiner:
La Civilà Egizia

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"Per l'antico Regno manca del tutto una documentazione ufficiale delle imprese faraoniche; i re erano divinità; troppo in alto e troppo potenti perché si curassero di comunicare ai sudditi le proprie gesta; le piramidi erano testimoni sufficienti della loro grandezza. La stessa cosa si verifica, solo in misura minore, durante la XII dinastia, che ci ha lasciato, come unici documenti di stato, solo il resoconto del dell'erezione di un tempio a Eliopoli per opera di Senwostre I e la stele confinaria presso la seconda cateratta. I monarchi della XVIII dinastia e delle due successive non sdegnavano un certo autoincensamento senza dubbio perché nati da piccoli signori locali, ai quali, come vedremo, già da prima non spiaceva veder eternati nel marmo i fatti più salienti della propria carriera. Stele commemorative erette nei templi per ordine del si fanno frequenti solo a partire dalla XVII dinastia per scomparire verso Ia fine della XX. La varietà degli argomenti trattati è assai limitata prendendo per lo più l'occasione dalla costruzione di un santuario a qualche divinità prediletta o da una rivolta soffocata in territorio vicino. Ciò che non convince è la forma convenzionale in cui si suole svolgere il racconto: il faraone riunisce i cortigiani a consiglio, essi rispondono con basse adulazioni o con suggerimenti che il sovrano non approva; a questo punto egli espone il saggio piano da lui divisato.
Raramente si può dubitare della relativa veridicità dell'avvenimento, ma il modo di presentarlo finisce per travisarla. E questo l'esempio di uno del tratti più caratteristici della mentalità egizia: lo straordinario attaccamento alla tradizione contrapposto alla realtà, una rigidità formale senza paragoni in nessun altro paese del mondo.

Nessun popolo in nessuna epoca ha mai mostrato tanta reverenza per il passato, "il tempo degli avi" o "del dio" o "della prima volta", come gli Egizi lo chiamavano. In alcuni casi questo amore per il tradizionale, per ciò che il tempo ha reso sacro, portava ad autentiche falsificazioni. Tutti i re erano rappresentati in veste di conquistatori sia nelle antiche iscrizioni che nei rilievi sulle pareti dei templi. Il modello risale spesso ai tempi più remoti; Il faraone che afferra per i capelli un gruppo di nemici e alza l'altro braccio armato di mazza per colpirli ha il suo prototipo nella famosa tavoletta di Narmer appartenente agli inizi della I dinastia, nella quale il prigioniero e però uno solo. Questo disprezzo della realtà era talvolta spinto fino all'assurdo; come credere, infatti, che il diciottenne Tutankhamon abbia mai guidato il suo cocchio nel bel mezzo delle schiere avversarie uccidendo con l'arco una ventina di nemici, o che abbia da solo fatto strage di un intero branco di leoni? Eppure sono queste le scene dipinte sullo splendido cofano trovato nella celebre tomba.

Ciò che rende ancor più difficile stabilire la verità è il fatto che alla suddetta caratteristica si univa un'assoluta mancanza di scrupoli verso i monumenti degli antenati. Certi re non solo ricavavano pietre da costruzione dagli edifici dei loro predecessori, per cui molte preziose iscrizioni e scene dipinte sono rimaste nascoste all'interno delle pareti del nuovi templi vantati come cosa propria, ma non esitavano neppure ad attribuirsi gesta eroiche o opere di pietà altrui. II tempio funerario del re Sahure della V dinastia rappresenta un gruppo di capi tribù libici condotti prigionieri in Egitto e specifica il numero dei capi di bestiame presi come bottino; Ia stessa scena si trova nel tempio della piramide di Piopi II della VI dinastia dove i principi libici recano proprio gli stessi nomi; e si ritrova per la terza volta, in un lontano tempio della Nubia, attribuita al re etiope Taharka" (690 a.C. circa).


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