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Formalmente colonia anglo-egiziana dal 1899, il Sudan fu di fatto un dominion britannico fino alla sua indipendenza, proclamata il 1° gennaio 1956. Dal 1958 il paese è soggetto a regimi militari, l’ultimo dei quali si è trasformato in un governo civile di ispirazione islamica. L’ultima Costituzione risale al 1998, ma già nel dicembre 1999 è stata parzialmente sospesa con la proclamazione dello stato d’emergenza. Nelle regioni meridionali a maggioranza cristiana è da molti anni attiva una forte guerriglia, che rivendica una maggiore autonomia e l’abolizione della shariah (vedi Islam: La shariah e i riti), introdotta in tutto il paese nel 1983. Nel 2005 è stato raggiunto un accordo di pace, in seguito al quale a Khartoum si è insediato un governo provvisorio cui prendono parte membri dell’Esercito di liberazione popolare sudanese (ELPS), il più forte movimento di guerriglia del sud del paese.
Il sistema giudiziario si basa soprattutto sulla shariah, con elementi di Common Law. È in vigore la pena di morte. Le libertà di espressione e di associazione politica sono fortemente limitate e l’unica forza politica legale è stata fino al 2005 il Congresso Nazionale (Al Muttamar Al Watani). Sede di una ricca civilizzazione neolitica, la parte settentrionale del territorio dell’odierno Sudan si sviluppò in stretto contatto con l’Egitto, dove la zona era conosciuta come Kush. La regione tra il deserto nubiano e il Nilo contiene numerosi reperti e rovine risalenti al dominio egizio, che terminò verso l’XI secolo a.C. Un secolo dopo una dinastia locale fondò uno stato autonomo con capitale a Napata. Verso il 750 a.C. il regno di Kush conquistò l’Alto Egitto, ma nel 671, sconfitto dall’esercito assiro di Asarhaddon, si ritirò a sud, prima a Napata e poi a Meroe. I romani, che chiamarono Nubia la regione, vi effettuarono in età augustea una spedizione (probabilmente punitiva) inoltrandosi fino a Napata, ma alla fine del I secolo stipularono con i cusciti un trattato di pace. Nella seconda metà del VI secolo la regione subì la cristianizzazione promossa dall’imperatore bizantino Giustiniano e vi si svilupparono diversi stati cristiani con una struttura sociale di tipo teocratico. Rimasti isolati in seguito alla conquista araba dell’Egitto (VII secolo) e sottoposti alle incursioni islamiche, furono conquistati nel XVI secolo dai fung, una popolazione nera islamizzata; questi stabilirono nel 1504 un sultanato a Sennar, che prosperò sulla tratta degli schiavi e divenne uno dei principali centri africani di cultura islamica; le due religioni continuarono tuttavia a convivere e forte rimase la presenza cristiana. Conflitti tra le diverse tribù indebolirono il sultanato nella seconda metà del XVIII secolo. Nel 1820-1822 la regione fu invasa dalle forze di Muhammad Alì, che fondò Khartoum alla confluenza di Nilo Azzurro e Nilo Bianco. Una vasta parte del territorio fu annessa all’Egitto ottomano con il nome di Sudan Egiziano. La dominazione egiziana si espanse in seguito a sud, favorita dai britannici, i quali intendevano stabilire il loro controllo su tutta l’area. La cattiva amministrazione e il perpetuarsi della tratta degli schiavi nel Sud causò frequenti conflitti. Tra il 1877 e il 1880 il Sudan Egiziano venne governato, per conto dell’impero ottomano, dal britannico Charles George Gordon, che tentò di abolire il commercio schiavistico. Le dimissioni di Gordon e l’occupazione dell’Egitto da parte delle forze britanniche nel 1882 causarono una recrudescenza dei conflitti in Sudan, dove divampò la rivolta guidata da Muhammad Ahmad Abd Allah, detto Mahdi (“guidato da Allah”), che, battute le truppe anglo-egiziane, instaurò nel 1885 uno stato teocratico. Morto il Mahdi nello stesso anno, le condizioni del paese andarono deteriorandosi sotto il governo del suo successore, il califfo Abdallah at-Taaisha. Questi continuò la guerra contro le popolazioni nilotiche del sud, annettendo i loro territori al Sudan Egiziano. Nel 1896 una forza congiunta anglo-egiziana mosse contro il califfo e nel settembre 1898, sotto il comando di Horatio Herbert Kitchener, sconfisse le truppe mahdiste a Omdurman. Nello stesso anno i francesi fecero a loro volta un tentativo di installarsi nella regione, provocando la grave crisi di Fashoda, che portò le due potenze europee sull’orlo di uno scontro diretto. Nel 1899 il Sudan fu dichiarato un “condominio” anglo-egiziano; di fatto, il paese divenne un dominion della Gran Bretagna, che stabilì un’efficace amministrazione coloniale nel Nord, favorendone lo sviluppo soprattutto attraverso la realizzazione di opere idrauliche nella Gezira, l’area tra i due rami Bianco e Azzurro del Nilo. Più blanda fu la presenza britannica nel Sud del paese, affidato a funzionari e ai missionari cristiani, autorizzati da Londra a evangelizzare le popolazioni nilotiche. Non fu tuttavia facile per l’amministrazione coloniale britannica imporre la propria autorità sul paese. A ovest, il sultanato di Darfur conservò la propria autonomia fino al 1916, quando il sultano fu assassinato da agenti inglesi. Dal 1922, in seguito alla conquista, per quanto formale, dell’indipendenza da parte dell’Egitto, il Nord del Sudan visse un notevole sviluppo del movimento nazionalista, all’interno del quale riemersero le divisioni già apparse alla fine del XIX secolo, tra una parte aggregatasi intorno alla confraternita religiosa Khatmiyya, favorevole all’unione con l’Egitto, e una indipendentista, legata ai seguaci del Mahdi e al partito della Umma (la “comunità musulmana”) e sostenuta da Londra in funzione antiegiziana. Nel Sud – tenuto ai margini dei mutamenti politici e sociali a causa della sua lunga compromissione con lo schiavismo – nel 1924, in reazione all’instaurazione di un governo indiretto nel Nord, esplosero rivolte che indussero i britannici a isolare ulteriormente la regione dal resto del paese, provocando forti risentimenti. Il trattato firmato dai governi del Cairo e di Londra nel 1936 confermò, tra le altre clausole, la convenzione del 1899. Dopo la seconda guerra mondiale le due nazioni avviarono dei negoziati per la revisione del trattato, che non ebbero tuttavia alcun esito. Il governo di Londra respinse peraltro la richiesta del Cairo di ritirarsi dal Sudan. Il 19 giugno del 1948 il governatore generale inglese in Sudan varò alcune riforme indirizzate a promuovere una forma di autogoverno nel Sudan settentrionale, prerequisito per il futuro assetto politico dell’intero paese. Nel dicembre del 1950 l’Assemblea legislativa appena eletta, dominata dagli indipendentisti, denunciò il “condominio” anglo-egiziano e chiese il ritiro delle forze britanniche. Nell’ottobre 1951 il re egiziano Faruq si proclamò unilateralmente sovrano del Sudan, ma venne rovesciato pochi mesi dopo dal colpo di stato dei Liberi Ufficiali; l’anno seguente il Sudan si vide così riconoscere il diritto all’autodeterminazione. Nel 1953, nell’ambito di un accordo tra le autorità inglesi ed egiziane che prevedeva un periodo triennale di autogoverno, si tennero le prime elezioni nazionali, che videro l’affermazione delle due forze del Nord; tra queste, il Partito nazionalista unionista (formatosi dalla confraternita Khatmiyya), espressione dei ceti più urbanizzati e filoccidentali, prevalse sul partito Umma, radicato tra gli strati più poveri della popolazione e tra i nomadi. Tuttavia, gli unionisti assecondarono gli umori indipendentisti prevalenti tra la leadership politica di Khartoum e dal 1954 promossero la “sudanizzazione”, accentuando le differenze economiche e sociali tra il Nord arabo e musulmano e il Sud nero e cristiano. Come conseguenza, nel 1955 esplose nel Sud un primo violento conflitto, guidato dal movimento separatista Anya-Nya che rivendicava a sua volta l’autonomia da Khartoum. L’indipendenza della Repubblica del Sudan fu dichiarata il 1° gennaio del 1956. Egitto e Gran Bretagna riconobbero immediatamente il nuovo stato e il Sudan divenne membro della Lega araba il 19 gennaio e delle Nazioni Unite il 12 novembre dello stesso anno. Le elezioni del febbraio del 1958 registrarono la vittoria del partito Umma. Nel novembre dello stesso anno il generale Ibrahim Abbud, comandante in capo delle forze armate, prese il potere con un colpo di stato. Nel novembre del 1964, in seguito all’esplosione di violente rivolte studentesche, il presidente Abbud si dimise e fu sostituito da un governo civile, che non modificò tuttavia le attitudini di Khartoum verso il Sud del paese. Le tensioni sfociarono, verso la metà degli anni Sessanta, in una rivolta secessionista e nell’intensificarsi della guerriglia, destinata a durare nel tempo. Nel 1967, dopo la guerra dei Sei giorni, la diplomazia sudanese si schierò risolutamente con i paesi arabi. Il regime di Nimeiri Nel 1969 un nuovo colpo di stato portò al potere il colonnello Gaafar Nimeiri, che instaurò una dittatura di ispirazione nasseriana. Nel 1973 una nuova Costituzione istituì la Repubblica democratica del Sudan. Inizialmente Nimeiri cercò l’appoggio dell’Unione Sovietica e della Libia, ma in seguito si avvicinò agli Stati Uniti, all’Arabia Saudita all’Egitto, che sostenne – unico paese dell’area arabo-musulmana – nelle sue trattative con Israele culminate negli accordi di Camp David (1978). Il nuovo regime lanciò una campagna repressiva contro il movimento islamista dei Fratelli musulmani e il partito Umma, e negoziò un cessate il fuoco con la guerriglia del Sud, al quale nel 1972 venne accordata una limitata autonomia. Nel 1971 un tentativo di colpo di stato diede il pretesto a Nimeiri per scagliarsi contro il Partito comunista sudanese, il più forte dell’Africa, i cui membri vennero arrestati a migliaia. Nel 1983 Nimeiri venne rieletto per la terza volta alla guida del paese. Ormai indebolito, fu tuttavia costretto a chiedere il sostegno alle forze islamiste, alle quali concesse in cambio la riforma del sistema giudiziario e l’applicazione della shariah (vedi Islam: La shariah e i riti), provocando il malcontento del Sud cristiano; la guerriglia del Sud, riunitasi nell’Esercito di liberazione popolare sudanese (ELPS) di John Garang, riprese la lotta armata, anche per contrastare un progetto di divisione amministrativa in tre parti della regione. L’aggravarsi della crisi economica provocò violente rivolte anche nel Nord e nel 1984 venne proclamata la legge marziale. Una violenta rivolta popolare scoppiata a Khartoum nell’aprile del 1985 in seguito all’esecuzione di un religioso musulmano portò a un nuovo colpo di stato e alla caduta di Nimeiri. Il regime di El-Bashir Dopo un anno di transizione, Sadeq El-Mahdi, pronipote del Mahdi e leader del partito Umma, costituì un governo civile di coalizione che non riuscì ad affrontare i gravi problemi del paese né a far cessare la guerriglia. Nel giugno del 1989 l’esercito riprese il potere sotto la guida di Omar Hassan El-Bashir, che si appoggiò al Fronte nazionale islamico di Hassan El-Turabi. Sospeso il Parlamento, il regime applicò la shariah con rinnovato vigore; nel Sud si intensificò la guerriglia, che si sarebbe fermata solo nel 1995 con la proclamazione di un nuovo cessate il fuoco. Nei primi anni Novanta, alle devastazioni della guerra civile si aggiunsero i problemi generati da una pesante carestia e da un’ondata di profughi in fuga dall’Etiopia. Nel 1993 El-Bashir sciolse la giunta militare per istituire un governo composto in parte da civili. Sul piano internazionale il regime sudanese sprofondò nell’isolamento. Al degrado delle relazioni con i paesi arabi moderati, causato dall’approvazione dell’invasione irachena del Kuwait, seguì nel 1993 l’accusa degli Stati Uniti di fomentare il terrorismo islamista. Più volte ammonito per le violazioni dei diritti umani perpetrate nei confronti della popolazione cristiana del Sud (dove dal 1983 il conflitto aveva causato più di un milione di vittime e quattro milioni di profughi), nel 1995, rammaricatosi per il fallito attentato al presidente egiziano Hosni Mubarak ad Addis Abeba, il regime sudanese venne accusato di complicità con gli attentatori. Nello stesso periodo il regime di Khartoum diede ospitalità al leader fondamentalista islamico Osama Bin Laden e a migliaia di suoi seguaci. Le elezioni svoltesi nel marzo del 1996 riconfermarono al potere El-Bashir, mentre Hassan El-Turabi fu nominato presidente del Parlamento; nello stesso anno le Nazioni Unite imposero al paese sanzioni diplomatiche e chiesero la consegna dei terroristi implicati nell’attentato a Mubarak. Nel 1997 l’opposizione, raccolta nell’Alleanza nazionale democratica, sferrò una violenta offensiva militare nel Nord del paese. Di fronte all’impossibilità di affrontare militarmente una situazione sempre più deteriorata, il regime si divise: il presidente El-Bashir si dichiarò favorevole a una trattativa con le forze di opposizione e con la guerriglia del Sud, mentre El-Turabi sostenne la continuazione dello scontro militare. La situazione del paese rimase sostanzialmente bloccata, non essendo nessuna delle forze in campo in grado di prevalere sulle altre. Il Sudan fu inoltre coinvolto nella generale instabilità della regione orientale africana e nel 1998 intervenne militarmente nella Repubblica democratica del Congo a sostegno del regime di Laurent-Désiré Kabila. Nel 1998 El-Turabi riavviò le trattative con la guerriglia, che pervennero, nell’aprile del 1999, a una nuova tregua. Le profonde divisioni in seno al regime condussero a un aspro scontro tra El-Bashir ed El-Turabi, che si concluse con la vittoria del primo. Sciolto il Parlamento a dicembre e proclamato lo stato d’emergenza, El-Bashir nominò un nuovo governo centrale e nuovi governatori delle regioni; prese inoltre le distanze dagli islamisti e privò El-Turabi di ogni potere. Con un’energica campagna diplomatica volta a migliorare le relazioni internazionali del paese, El-Bashir riuscì a ottenere il sostegno di diversi stati arabi e africani (tra cui l’Egitto, la Libia, l’Arabia Saudita, l’Eritrea e l’Uganda) e quello di diversi paesi dell’Unione Europea, attratti dalle ingenti risorse petrolifere del paese. Rafforzata la posizione interna, nel 2000 El-Bashir lanciò un’ulteriore offensiva contro le opposizioni e, soprattutto, contro quella islamista di El-Turabi. Rieletto incontrastato alla presidenza del paese a dicembre, nel gennaio 2001 avviò un negoziato con l’ELPS di John Garang; in febbraio, con l’arresto di El-Turabi, fu avviata una campagna di repressione contro il movimento islamista. Con la condanna del terrorismo pronunciata da El-Bashir dopo l’attacco subito dagli Stati Uniti l’11 settembre 2001 (vedi Stati Uniti d’America: 11 settembre 2001), il regime sudanese intensificò la sua svolta moderata. Grazie a questa presa di posizione, il Sudan ottenne la revoca delle sanzioni imposte dall’ONU nel 1996. Khartoum riavviò inoltre le relazioni con gli Stati Uniti, accogliendo in novembre il rappresentante della diplomazia di Washington. In luglio, con la mediazione delle diplomazie egiziana e libica, ripresero i negoziati tra il governo e la guerriglia dell’ELPS, che il 20 luglio 2002 sottoscrissero gli accordi di Machakos, con i quali veniva formalmente sancita la fine della guerra civile nel sud del paese. Gli accordi prevedevano un governo provvisorio, con Garang alla vicepresidenza, di sei anni, passati i quali nel sud si sarebbe svolto un referendum per l’indipendenza; l’EPLS accettava in cambio l’applicazione della legge islamica nel nord del paese. Nel febbraio 2003 scoppiò la crisi del Darfur, dove un movimento guerrigliero si sollevò in armi contro il governo rivendicando a sua volta una maggiore autonomia. Nel gennaio 2004 il governo di Khartoum lanciò una violenta offensiva nella regione, causando estese distruzioni e decine di migliaia di morti; centinaia di migliaia di persone si rifugiarono nel Ciad per sfuggire alle violente scorrerie delle milizie arabe janjawid, che in marzo vennero accusate dall’ONU di perseguire un genocidio nella regione. Nello stesso mese, accusato di complotto contro lo stato, venne nuovamente arrestato El-Turabi, liberato solo pochi mesi prima. Nel gennaio 2005 i rappresentanti del governo e dell’ELPS firmano un definitivo accordo di pace, che conferma sostanzialmente gli accordi di Machakos. In marzo le Nazioni Unite minacciano sanzioni al paese per i crimini commessi dalle sue truppe nel Darfur. In luglio viene liberato El-Turabi. In agosto muore in un incidente aereo John Garang, leader dell’ELPS e nuovo vicepresidente; scoppiano violenti disordini nella capitale e in altre città del paese, che causano circa 130 vittime. A Garang succede alla guida dell’ELPS e alla vicepresidenza del paese il suo braccio destro Salva Kirr Mayardit. In settembre si insedia a Karthoum il nuovo governo; il mese successivo nel sud del paese si insedia il governo autonomo. Enciclopedia Encarta |
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