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Anticoncezionali nell'antichità |
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Naturalmente i metodi contraccettivi non erano il solo strumento a cui gli antichi ricorrevano per il controllo delle nascite. L'aborto doveva essere ampiamente praticato. Sorano dedica una parte del primo libro del suo trattato ai diversi modi di provocare un aborto che vanno dai movimenti violenti all'assunzione di certe sostanze, all'applicazione di cataplasmi, ecc., quindi sconsiglia vivamente l'uso di strumenti appuntiti per "staccare" l'embrione, ma da altre fonti sappiamo che questo sistema era utilizzato (cfr. Ovidio, Amores 2,14; Fasti 1,623). Un'altra forma di planning familiare consisteva nell'infanticidio e nell'esposizione dei neonati, di cui abbondano le testimonianze letterarie e documentarie.
Ma quale era l'atteggiamento degli antichi nei confronti della contraccezione, dell'aborto e dell'esposizione? Data la natura delle nostre fonti è difficile stabilire quale fosse l'opinio communis su tali argomenti. Possiamo invece analizzare il modo in cui il sistema legislativo considerava queste pratiche. Secondo il diritto greco e romano lo scopo del matrimonio era la procreazione. Tuttavia la contraccezione non era regolata per legge e per lungo tempo l'aborto e l'esposizione non rientrarono nel codice penale greco e romano. Lo stato infatti preferiva non legiferare in una materia così delicata che coinvolgeva i diritti del pater familias, il quale esercitava un'autorità assoluta sulla propria prole. L'aborto in quanto tale non era punibile nel mondo greco, a meno che esso arrecasse danno al capo famiglia, ad esempio privandolo di un erede. Lo stesso valeva per l'esposizione. In una città come Sparta era lo stato stesso ad occuparsi dell'esposizione dei neonati giudicati troppo gracili e malformati. La questione demografica era al centro delle preoccupazioni di tutti i filosofi che elaborarono una teoria dello stato. Ad esempio Platone, sul quale il modello spartano esercitava un certo fascino, aveva fissato il numero ideale di cittadini della sua città perfetta a poco più di cinquemila famiglie e aveva previsto misure per evitare sia una situazione di oligantropia sia una di sovrappopolazione. È possibile mantenere stabile il numero di famiglie
"impedendo che continui a generare chi è troppo prolifico, e, nel caso opposto, sorvegliando e stimolando il numero delle nascite con lodi e rimproveri e grazie agli ammonimenti che gli anziani rivolgono ai giovani con le giuste parole di esortazione".
Platone non dice chiaramente quali siano i metodi per impedire le nascite indesiderate, ma è probabile che avesse in mente l'aborto. Aristotele è più esplicito quando, nella Politica, afferma che l'aborto è un mezzo per limitare il numero dei figli di ogni famiglia nel caso ne siano stati concepiti più del numero fissato.
In un'orazione attribuita a Lisia, ma la cui autenticità è discussa, si affronta la questione, ancora attuale ai nostri giorni, se l'embrione debba essere considerato un essere umano oppure no e se, di conseguenza, una madre che procura un aborto debba esser ritenuta responsabile di omicidio. È nota la posizione di Aristotele su questo problema. Il filosofo ammetteva l'aborto, ma solo nelle prime settimane di gravidanza, quando il feto non era ancora un essere umano. Secondo la scienza antica il feto diventava un essere umano dopo il quarantesimo giorno nel caso si trattasse di un maschio, al novantesimo nel caso si trattasse di una femmina. Per il diritto romano invece l'embrione era considerato semplicemente parte dei viscera materni. Pertanto l'aborto non poteva essere assimilato a un omicidio. In virtù della patria potestas al padre era riconosciuto il diritto di esporre la propria prole. I primi provvedimenti contro l'aborto furono presi soltanto all'epoca dei Severi, ma concernevano soltanto i casi in cui l'aborto recasse un danno al padre. Ai tempi di Caracalla la legge puniva i venditori di farmaci abortivi non tanto perché distruggevano il feto, piuttosto perché erano considerati prodotti magici dannosi per la salute delle donne. In altri termini nella giurisprudenza romana il feto non godeva di alcuna protezione perché non era considerato un soggetto giuridico.
Purtroppo non conosciamo le idee e le posizioni delle donne su questioni che le riguardavano direttamente. Le nostre testimonianze, siano esse raccolte di leggi, opere dei filosofi o trattati di medicina ufficiale, riflettono per la loro stessa natura il punto di vista maschile in materia di contraccezione e aborto. Ma il controllo delle nascite era essenzialmente una faccenda di donne e tale rimarrà per secoli. I medici intervenivano soltanto se le cose andavano storte, come testimonia un caso clinico ricordato nelle Epidemie del corpus hippocraticum. La moglie di un tale Simo ha avuto un aborto il trentesimo giorno "o perché aveva bevuto qualcosa o spontaneamente". L'autore del trattato non sa dirlo - questo è destinato a rimanere un segreto femminile.
di Pierluigi Lanfranchi - Il Sole 24 ore
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