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Il papiro deve restare a Torino Stampa E-mail
"Il Papiro di Torino deve restare dov’è" Silvio Curto: "No ad Hawas che lo vuole al Cairo". Di MAURIZIO LUPO - La Stampa 2/1/07
Spiacenti signor Hawass, ma lei non ha alcuna ragione legale per richiedere di restituire all’Egitto il “Canone Reale”, noto al mondo come il “Papiro di Torino”. Il nostro Museo lo custodisce non solo con pieno diritto di proprietà, ma anche perché qui si scoperse il suo valore storico».

Così risponde il grande archeologo torinese Silvio Curto alle pretese mosse da Zahi Hawass, segretario generale del Consiglio supremo delle antichità della Repubblica Araba d’Egitto. Dal Cairo chiede di riavere uno dei più importanti documenti storici egizi esistenti. Contiene un elenco preciso di tutti i sovrani dell’Egitto antico e costituisce lo strumento fondamentale che ha permesso di accertare la cronologia della civiltà dei Faraoni. Ha importanza pari alla «Stele di Rosetta», che permise di decifrare la lingua egizia e che per questo motivo Hawass richiede a Londra.
«Il Canone Reale - ricorda Curto - è giunto a Torino legittimamente, nel 1824. Lo portò Bernardino Drovetti, il fondatore del Museo Egizio. Faceva parte della collezione che aveva raccolto con l’approvazione del Vicerè d’Egitto Mohammed Ali, del quale Drovetti era primo consigliere». Curto fa inoltre notare «che la legge per la protezione dei Beni Culturali in Egitto fu istituita solo nel 1858 e non su iniziativa egiziana, ma su proposta dell’archeologo francese Auguste Mariette». Accertata la lecita provenienza del papiro, Curto sottolinea la capacità di Torino nel scoprirne il valore: «Ci pervenne come un cumulo di frammenti di cui l’Egitto non era consapevole. Fu nel 1825 che vennero identificati, da Jean François Champollion, il padre dell’egittologia che, di passaggio per Torino, quale ospite dell’Accademia delle Scienze, incominciò a ricomporre il papiro. La ricostruzione fu portata a termine nel 1938 da Giulio Farina, allora direttore del Museo Egizio di Torino. La lettura fu perfezionata nel 1959 da Sir Alain Gardiner, dell’Università di Londra. E’ quindi a Torino che il mondo ha preso coscienza dell’esistenza di un documento che l’Egitto ignorava».

Ma non è una questione di campanile che vuole difendere Curto: «Senza fare valutazioni di tipo venale, questo documento è testimone di studi legati al principio che i beni culturali non hanno patria. Sono universali. E’ un principio che fu dichiarato per la prima volta negli anni Cinquanta al Cairo, dal grande professore egiziano Gamal Mokhtar. Venne poi avallato fra il 1959 e il 1965 dal concorso spontaneo di tutto il mondo al salvataggio archeologico dei tesori della Nubia, al quale l’Italia partecipò dedicandosi al recupero dei Colossi di Abu Simbel».

Con tutto ciò l’Italia potrebbe restituire lo stesso il papiro per ragioni diplomatiche? «Spero che non lo faccia. Il papiro appartiene allo Stato italiano, che in passato ha restituito all’Etiopia l’obelisco di Axum. Ma non esiste alcuna legislazione internazionale che obblighi a queste restituzioni. Se ci fosse potremmo chiedere di riavere alcuni beni predati da Napoleone». Ma allora, su quali basi si poggia la richiesta di Hawass? «Credo che faccia eco alle richieste mosse dal Ministro ai Beni Culturali Rutelli, che sollecita la restituzione di opere d’arte trafugate in Italia e acquisite da musei americani. Hawass, entusiasmato dal progetto del nuovo museo del Cairo, tenta di arricchirlo con oggetti di cui sospetta l’illecita esportazione. Ma non è il nostro caso».

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