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Il Papiro non tornerà in Egitto Stampa E-mail
La direttrice del Museo Egizio: la richiesta è assurda, il reperto non fu rubato.
Non solo il busto di Nefertiti (a Berlino), lo Zodiaco di Dendera (a Parigi), la Stele di Rosetta (a Londra), il busto di Akhnaton (a Boston) e la statua di Hemiunu (a Hildeshiem, Germania): il potente sovrintendente delle antichità egizie Zahi Hawass rivuole indietro qualcosa anche da Torino, il «Canone Reale» che si trova nel Museo Egizio. Si tratta di piccoli frammenti di papiro, tanto insignificanti sul piano estetico quanto preziosi su quello storico: contengono infatti uno dei pochi elenchi esistenti delle dinastie che hanno regnato nel corso dei millenni in Egitto e ci hanno aiutato nel comprendere meglio la storia di quella straordinaria civiltà.

Papiri del museo di Torino
Papiri del museo di Torino
«Non abbiamo ricevuto alcuna lettera ufficiale da Hawass - dice la direttrice del museo, Eleni Vassilika - e tutto mi fa pensare che quello che ha espresso è un desiderio, ma non un’intenzione. Sono comunque sorpresa, perché nell’elenco di reperti che l’Egitto rivuole indietro da vari musei e che Hawass ha consegnato all’Unesco, il Papiro di Torino non era menzionato. Non posso davvero pensare che abbia deciso di aggiungere, a solo pochi mesi di distanza, un’altra richiesta».

Clima di terrore
Hawass potrebbe però davvero deciderlo. L’uomo che porta sempre in testa il cappello di Indiana Jones, del quale tiene anche la frusta appesa in ufficio, ha cambiato tutte le regole degli scavi in Egitto e può, se lo vuole, vietare di affondare un badile nella sabbia a chiunque non rispetti i suoi desideri. Da tempo, nessuno può più annunciare al mondo di avere fatto una scoperta senza prima avvisarlo in modo che, nella foto, ci sia anche lui. La sua inflessibile gestione ha riportato ordine nell’egittologia, ma anche creato tra gli archeologi un clima molto vicino al terrore.

«La decisione finale - precisa Eleni Vassilika - spetta al ministero dei Beni Culturali, e in teoria è anche possibile che per mantenere buoni rapporti con l’Egitto il governo acconsenta. Ma non ci sono le basi giuridiche per una simile pretesa. Le prime leggi che hanno regolamentato in Egitto l’esportazione di reperti sono posteriori al ritrovamento fatto da Bernardino Drovetti. Il papiro è stato trovato e non scavato. Quando si scava valgono norme diverse, più restrittive. E in ogni caso Drovetti era molto amico del pascià Mohammed Ali, che gli aveva regalato numerosi oggetti».

Ma perché proprio il Papiro reale e non altri reperti di maggior valore estetico, come la statua di Ramesse II o gli oggetti della Tomba di Kha? «Non lo so - afferma la direttrice dell’Egizio -. Ma molte delle cose che rivuole indietro sono icone che identificano un museo o una città con l’egittologia. Questo vale per Nefertiti a Berlino, per lo Zodiaco del Louvre, per la Stele di Rosetta al British e per il “Codice reale” che è noto appunto con il nome di “Papiro di Torino”. Forse vuole semplicemente riportare al Cairo gli oggetti che hanno contribuito a rendere famoso nel mondo il museo che li ospita».

All’Egizio tutti ritengono che la cosa non avrà un seguito e si augurano che, se lo avrà, il ministero negherà la restituzione. «Sono favorevole a ridare indietro - dice Eleni Vassilika - oggetti chiaramente rubati o esportati illegalmente, ma gli altri reperti devono restare nel museo nel quale si trovano. Queste opere sono un patrimonio dell’umanità, custodito da seri professionisti. E’ necessaria la stabilità almeno nei musei, perché i confini dei paesi e i governi cambiano. Qual era e qual è il confine della Macedonia? E i reperti della civiltà greca che si trovano nella Cipro turca sono adesso turchi?».

Non resta che attendere la prossima mossa di Hawass. Per il momento, la spiegazione più semplice alla sua curiosa richiesta va probabilmente fatta risalire alla esposizione a Torino (a palazzo Bricherasio) di un altro papiro di epoca tolemaica, quello di Artemidoro, che scatenò proteste e richieste di spiegazioni da parte dell’onnivoro sovrintendente egiziano. Non avendo ottenuto soddisfazione, Hawass ha forse deciso di vendicarsi con un altro museo della città.

VITTORIO SABADIN
La Stampa 30-12-2006
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