La trasformazione della regina si compì in pochi anni sotto gli occhi impassibili dei sudditi. Dapprima cominciò a mostrarsi con una lunga veste che ne imbozzolava la femminilità, i capelli raccolti sotto il copricapo khat, portato dalle sovrane ma soprattutto dalle dee. Poi al posto del khat subentrò il nemes, la cuffia tipica dei faraoni.
 | | Hatshepsowe | Poco dopo le spalle si allargarono, le rotondità femminee scomparirono e la silhouette inclinò inconfondibilmente al mascolino, mentre i lineamenti del viso si facevano più severi. Infine sotto il mento comparve la caratteristica barba cerimoniale. A quel punto la trasformazione era completa: Hatshepsut, la sorella-vedova di Thutmosis II, reggente al posto del figliastro Thutmosis III, ancora bambino, era divenuta essa stessa faraone, e come tale avrebbe regnato per quasi vent’anni nel XV secolo a. C.
La straordinaria storia della regina che divenne re è una delle tante che affiorano dalla mostra allestita nel Grimaldi Forum di Monaco, sul lungomare, a pochi passi dalle roulette che girano notte e giorno macinando illusioni. Si intitola «Regine d’Egitto», con oltre 200 pezzi è la prima specificamente dedicata a questo soggetto. L’ha curata Christiane Ziegler (già responsabile, sei anni fa, dei «Faraoni» di Palazzo Grassi), con scenografico allestimento di François Payet.
Anche Hatshepsut amava l’azzardo. Per legittimare il suo potere dispiegò una complessa strategia. Intanto, inventandosi una improbabile coreggenza con il padre Thutmosis I. Quindi facendo iscrivere sulle pareti del proprio tempio a Deir el-Bahari un lungo racconto in cui il dio supremo di Tebe, Amon, si unisce alla madre dell’ambiziosa sovrana sotto le sembianze del suo sposo annunciandole la nascita di una figlia che «eserciterà una sovranità efficiente nel paese intero. A lei la mia potenza, a lei il mio scettro, a lei la mia corona». Ma i problemi dinastici e istituzionali a cui Hatshepsut aveva dato origine erano alla lunga insolubili, e una volta defunta la donna-faraone pagò con l’inevitabile damnatio memoriae.
In ogni caso, il suo esempio ebbe poche imitatrici. Due di queste sono emblematicamente evocate in apertura e in chiusura della mostra. Una è Cleopatra, la più celebre tra le regine egiziane - sebbene fosse a tutti gli effetti una greca, discendente del diadoco Tolomeo -, quella che dall’antichità fino ai giorni nostri, e prima ancora della sua fine tragica e misteriosa, nel 30 a. C., ha ispirato i poeti e gli artisti, di fatto l’ultimo faraone dell’Egitto indipendente: dell’amante di Cesare e di Antonio sono esposte immagini antiche e moderne, oltre ai gioielli e agli accessori sfoggiati da Liz Taylor nel film del 1963, proiettato su un grande schermo. L’altra è Tausert (XII secolo a.C.), un personaggio di cui si sa pochissimo: vedova di Sethi II, la sua parabola segue il consueto schema della reggenza in nome del figliastro, Merneptah-Siptah, alla cui morte prematura si autoproclama «re dell’Alto e del Basso Egitto», «signore delle Due Terre» e «figlio di Ra» (en plein!). La sua tomba, scoperta nel 1829 da Champollion nella Valle dei Re (non in quella delle Regine), colpì molto l’immaginario occidentale: fra l’altro, quello di Théophile Gautier, che alla storia della sovrana si ispirò liberamente per farne l’eroina del suo feuilleton Il romanzo della mummia.
Altre donne non ebbero bisogno di salire sul trono per esercitare un ruolo cruciale. Come Ahhotep (XVI secolo a.C.), che il figlio Ahmosis, liberatore del paese dal dominio degli Hyksos e iniziatore del Nuovo Regno, esaltò in una stele nel tempio di Amon a Karnak («ha raccolto i suoi notabili e ne ha assicurato la coesione, ha riportato i fuggitivi, ha raggruppati i dissidenti, ha respinto i ribelli...»). O come Tiy (esposta una statua di granodiorite nero ritrovata nel 2006), sposa di Amenhotep III (XVI secolo a.C.) e madre del faraone monoteista Akhenaton, a cui si rivolgeva direttamente il potente re Tushratta di Mitanni, per lamentare (in una tavoletta cuneiforme in lingua babilonese) come dopo la morte di suo marito i rapporti con l’Egitto non fossero più tanto cordiali.
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Ma a parte le eccezioni, meno rare in epoca tolemaica, la sovranità era riservata ai maschi. Neppure esisteva una parola specifica per indicare la regina, piuttosto una pluralità di denominazioni che ne certificavano il rapporto con il faraone. Il posto più eminente, ai tempi delle prime piramidi, era quello della «Madre del re», elemento chiave nella legittimazione mitologica del potere, in quanto sposa mistica del dio che giacendo con una donna mortale era il vero padre del sovrano. Accanto a lei assunse un’importanza crescente la «Grande sposa reale», madre del principe ereditario, molte volte una stretta consanguinea del faraone (sorella o anche figlia), per rafforzare la linea dinastica: compariva regolarmente accanto al sovrano nelle cerimonie religiose, agitando il sistro e spargendo incenso, e spesso veniva colta in intimità con lo sposo, come nelle steli amarniane (XIV secolo a.C.) con Akhenaton e Nefertiti avvinti nell’abbraccio. Quindi venivano le spose secondarie e le concubine, che avevano la funzione di assicurare al faraone una discendenza vasta con cui occupare capillarmente l’amministrazione (mentre le figlie alimentavano i ranghi delle «Divine adoratrici» di Amon, mandate a contrastare il potere del clero tebano); sovente erano importate dall’estero con tutto il loro numeroso seguito (317 persone nel caso di Gilukhepa, principessa di Mitanni andata in sposa a Amenhotep III), in una politica di matrimoni diplomatici a vasto raggio attestata, in mostra, dai tesori delle tre mogli siriache di Thutmosis III.
Spose secondarie, concubine, principi e rampolli dei dignitari vivevano tutti insieme nell’harem, con un esercito di servitori, balie, precettori, parrucchieri, musicisti. Ma non bisogna correre con la fantasia ai carnali festini dei sultani ottomani: l’harem egizio era un’istituzione in cui, sotto la responsabilità di un direttore, la cura della bellezza e l’educazione dei fanciulli destinati alle più alte cariche si univa al fervore produttivo. Quello di Mi-Ur (l’attuale Gurob, nei pressi del Fayyum) era un potente centro economico dove, in un clima di grande affettuosità, si lavorava il legno, l’avorio, la ceramica, si tesseva il lino. Ma anche, a volte, si tessevano trame. Come accadde sul finire del regno di Ramses III (XII secolo a.C.), quando una sposa secondaria che portava indegnamente il nome dell’indimenticata Tiy puntò tutto sui funzionari dell’harem a lei fedeli per uccidere il faraone e imporre la successione del proprio figlio. Un azzardo. Il complotto fu scoperto e i colpevoli duramente puniti, come raccontano nel dettaglio diversi papiri. Si erano giocati tutto. E si ritrovarono rovinati.
L'audace colpo della donna faraone: di MAURIZIO ASSALTO - La Stampa.
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