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Vertenza sindacale degli archeologi
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Gli archeologi italiani denunciano "insufficienze di settore e precarietà professionale nel paese a più alta concentrazione di beni archeologici".

Il 14 giugno gli archeologi italiani, riuniti nell'Associazione Nazionale Archeologi (www.archeologi.org - e mail associazione@archeologi.org) scendono in piazza e nel corso di una manifestazione indetta a Roma nell'ambito dell'iniziativa dell'Associazione 20 maggio "Flessibilità Sicura".

Gli archeologi italiani intendono denunciare cosi' "la cronica, pluriennale, penuria e forte discontinuità di stanziamenti pubblici nel settore dell’archeologia, la frammentarietà e approssimazione degli interventi e l’assenza di programmazione che caratterizzano la gestione del patrimonio archeologico italiano e che si traducono nell’estrema precarietà di impiego degli archeologi.

Denunciano, inoltre, l’assenza in Italia di qualsiasi forma di riconoscimento, regolamentazione e tutela della professione di archeologo: una mortificante condizione lavorativa che svilisce la nostra professionalità e che conduce ad una perdita di qualità, una dispersione di competenze e la negazione dei più elementari diritti di ogni categoria di lavoratori.

In Italia - affermano in un comunicato - gli unici archeologi ufficialmente riconosciuti dallo Stato Italiano sono i poco più di 200 archeologi dipendenti pubblici del Ministero per i Beni e le Attività Culturali (circa 1 ogni 1.200 km², assolutamente insufficienti alla tutela del patrimonio archeologico italiano), la cui assunzione risale nella stragrande maggioranza al 1978.
Da allora, in ben trent’anni, a fronte degli oltre 3.000 laureati in archeologia e in beni culturali e 300 specializzati in archeologia che ogni anno escono dalle università italiane, gli archeologi pubblici assunti in Italia sono solo poche decine, insufficienti persino a rimpiazzare il personale che va in pensione.

Migliaia gli archeologi, intanto, pur avendo competenze scientifiche, esperienza professionale e titoli accademici adeguati, pari e talvolta persino superiori a quelli degli archeologi dipendenti pubblici operano quotidianamente nei settori della ricerca, della tutela e della valorizzazione del patrimonio archeologico privi di qualsiasi riconoscimento giuridico e, di conseguenza privi di qualsiasi tutela e diritto, spesso soggetti a condizioni economiche inaccettabili.
Eppure è agli archeologi collaboratori esterni che, di fatto, lo Stato delega le sue funzioni pubbliche di tutela del patrimonio archeologico italiano, sancite dall’Articolo 9 della Costituzione della Repubblica Italiana, soprattutto per quanto riguarda gli interventi legati alla realizzazione di grandi opere infrastrutturali.

È sconcertante che l’Italia, che secondo l’Unesco ospita una delle più alte concentrazioni di beni archeologici e monumentali al mondo, e che vanta di essere una delle sette potenze più industrializzate del pianeta, tratti il proprio patrimonio culturale ed i professionisti addetti alla sua tutela e salvaguardia come un secondario capitolo di spesa, investendovi intorno allo 0,24% del PIL, a fronte di una media del 3-4 % degli altri paesi europei. E non vi è stato un miglioramento né nella scorsa legislatura, né sembra nell’immediato prospettarsi un cambiamento.

Oggi, stanchi di questa inaccettabile condizione, abbiamo deciso di mobilitarci per portare questi problemi all’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni.

In Italia urge, da un lato, potenziare le strutture pubbliche di tutela, attraverso un sostanzioso incremento del personale scientifico, da assumere con criteri di selezione attenti al livello di competenza, incrementare gli investimenti pubblici, per consentire lo sviluppo di un settore che, come già avviene in altri paesi europei, potrebbe dare impiego a decine di migliaia di archeologi e di operatori dei beni culturali, con positive ricadute economiche sul turismo culturale e sul relativo indotto.

Dall’altro, occorre provvedere al riconoscimento e alla regolamentazione della figura professionale dell’archeologo per le migliaia di archeologi che ogni giorno in Italia operano su campo, nei musei, nelle soprintendenze e nelle università per la ricerca, la tutela e la valorizzazione del patrimonio archeologico italiano.

Per questi motivi chiedono :

1) L’immediata istituzione presso il Ministero per i Beni e le Attività Culturali di una Commissione per la definizione della figura professionale, composta da esperti del Ministero, delle Università e rappresentanti della categoria, per approdare in tempi rapidi all’individuazione delle migliori soluzioni per il riconoscimento della professione di archeologo

2) Il riconoscimento e la regolamentazione della professione di archeologo, che tenga conto dei titoli, delle competenze e dell’esperienza professionale, tramite l’inserimento di tale figura professionale nel Codice dei Beni Culturali.

3) Il potenziamento delle strutture pubbliche di tutela, ricerca e valorizzazione del Patrimonio Archeologico Italiano, tramite un sostanzioso incremento del personale scientifico, assunto con una severa attenzione ai titoli e alle competenze scientifiche e professionali richieste dalla funzione da espletare.

4) La definizione di meccanismi trasparenti per l’affidamento degli incarichi professionali, sistemi di definizione dei compiti professionali e di regolamentazione e controllo dei livelli retributivi".(13/06/2008-ITL/ITNET)

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