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Egitto, manette a Al Jazeera Stampa E-mail
Agenti in borghese al Cairo picchiano e arrestano per «notizie false» il capo della redazione egiziana. Aveva dato per primo la notizia dell'attentato nel Sinai, e rivelato un terzo attacco rimasto misterioso
Vietato riferire versioni diverse da quella ufficiale. E' questo il messaggio che le autorità egiziane hanno inviato alla stampa locale e araba con l'arresto, compiuto nella notte tra mercoledì e giovedì, di Hussein Abdel Ghani, capo della redazione del Cairo della nota emittente araba Al-Jazeera.
«Di fatto non sono stato arrestato ma sequestrato», ha riferito il giornalista in una breve telefonata alla sua tv, «perché, secondo i servizi di sicurezza, avrei diffuso informazioni false» sugli eventi successivi agli attentati di lunedì sera a Dahab. Abdel Ghani ha raccontato di essere stato arrestato e malmenato nella sua camera d'albergo a Dahab e poi di essere stato trasferito all'ufficio del procuratore capo di Heliopolis, vicino al Cairo. Gli ufficiali che lo hanno ammanettato si sono rifiutati di esibire i distintivi, hanno sequestrato il suo portatile e gli impedito di contattare avvocato e famiglia. Hussein Abdel Ghani, di nazionalità egiziana, è uno dei giornalisti più noti di Al Jazeera e lavora alla redazione del Cairo dalla nascita della rete nel 1997. Prima era al servizio in lingua araba della Bbc. Anche in passato i suoi resoconti dal Cairo, troppo aderenti alla realtà politica e sociale, avevano generato scontento nella sede del Partito nazionale democratico al potere, in quella del governo e nell'ufficio del presidente. Mercoledì Abdel Ghani, nel riferire i due attacchi suicidi avvenuti contro la Forza internazionale nel Sinai, aveva dato la notizia di «un terzo attacco» nei pressi della cittadina di Beilbess, ad est della capitale, precisando che uomini armati avevano teso un agguato ad una pattuglia della polizia con armi automatiche e il lancio di una bomba a mano. Poco dopo le autorità egiziane hanno smentito seccamente la notizia. L'accusa rivolta al giornalista è di "diffusione di informazioni false durante la copertura degli attentati nel Sinai, in grado di alimentare confusione nel paese». Il corrispondente di Al Jazeera da parte sua ha detto di aver verificato con attenzione le informazioni in suo possesso prima di riferirle in diretta televisiva. «L'arresto di Abdel Ghani è un giorno drammatico per la libertà della stampa in Egitto», ha commentato Jamal Fahmi del consiglio direttivo dell'ordine dei giornalisti egiziani. «Il governo vuole che solo la propria versione sia trasmessa al pubblico». E' probabile che l'arresto sia dovuto al fatto che Abdel Ghani è stato il primo a dare la notizia del duplice attacco nel Sinai contro i militari della Forza internazionale che vigilia sul rispetto degli accordi tra Israele ed Egitto. Bombe umane che, dopo gli attentati di Dahab e quelli precedenti a Taba e Sharm El-Sheikh, hanno messo ancora più in evidenza le enormi difficoltà che i servizi di sicurezza egiziani incontrano nel tenere sotto controllo la situazione nella penisola frequentata ogni anno da centinaia di migliaia di turisti e che ormai è nel mirino di gruppi armati locali che si ispirano ad Al Qaeda. Il presunto terzo attacco di mercoledì, contro la polizia, negato dalle autorità di governo, se confermato indicherebbe un ritorno agli scenari di sangue che negli anni novanta scossero l'Alto Egitto, al culmine della guerra civile tra regime e Gamaa Islamiyah. Abdel Ghani peraltro aveva «passato ogni limite» già qualche giorno fa quando aveva riferito delle manifestazioni (con cinque giornalisti arrestati) in sostegno di due giudici, Mahmud Mekki e Hisham Batsawissi, puniti severamente dalla Comnmissione disciplinare della magistratura egiziana per aver indagato e denunciato brogli e irregolarità avvenuti alle elezioni legislative, alla fine dello scorso anno, vinte dal Partito nazionale democratico del presidente Hosni Mubarak. Il corrispondente dal Cairo non è l'unico giornalista di Al Jazeera dietro le sbarre. Nelle carceri spagnole è rinchiuso Taysir Aluni, inviato di guerra in Afghanistan, accusato di aver «collaborato» con presunti militanti di Al Qaeda.

Fonte: Il Manifesto - 28/4/2006
Michele Giorgio
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