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La crisi del pane in Egitto
Le interminabili file per acquistare il pane rappresentano ormai una scena abituale in Egitto, dove la scarsità di questo genere di prima necessità è accompagnata da un aumento vertiginoso dei prezzi di tutti i generi alimentari. Intanto nel paese cominciano a contarsi i primi morti, mentre la situazione sempre più grave riporta alla mente i disordini della “rivolta del pane” che sconvolse l’Egitto nel 1977

La “rivolta del pane” dilagò in Egitto nel gennaio del 1977 a seguito dell’annuncio, da parte del governo dell’epoca, di voler applicare una serie di provvedimenti economici che avrebbero determinato un forte aumento dei prezzi dei generi di prima necessità. Ben presto il regime fu costretto a ritirare quei provvedimenti “decisivi e necessari”, a causa di una travolgente mobilitazione popolare che coinvolse tutto il paese.

Più di trent’anni dopo la “rivolta dei ladri” (come l’allora presidente Anwar Sadat, con la sua nota arroganza, definì i disordini del 1977), il governo egiziano sta ancora cercando di applicare uno dei fondamenti della sua ricetta liberista, suggerita dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale in coincidenza con l’inizio della politica dell’ “infitah” (la politica di “apertura” economica che segnò la fine della prevalenza del settore pubblico in Egitto (N.d.T.) ), ovvero abolire gli aiuti governativi a sostegno dei generi di prima necessità. Siccome i contributi statali per il pane rappresentano il 60 % degli aiuti totali erogati dallo stato – ovvero 1 miliardo e 600 milioni di dollari che il governo spende annualmente per colmare la differenza fra il prezzo reale di produzione del pane (10 piastre al pezzo, secondo le stime ufficiali) ed il suo prezzo sul mercato (5 piastre) – non vi è dubbio che risolvere l’enigma del pane rappresenterebbe la “pietra angolare” del successo neoliberista dell’Egitto.

Secondo l’elite al potere, abolire gli aiuti governativi è inevitabile. Sebbene il governo abbia più volte annunciato che il prezzo per una singola focaccia di pane sarebbe cresciuto da 5 a 20 piastre (in base ad una decisione resa nota all’inizio del 2007), esso è successivamente tornato sui propri passi affermando che il prezzo sarebbe salito solo a 10 piastre, ed è questo l’incremento atteso per il prossimo mese di luglio. Tuttavia, finora non vi sono stati aumenti.

Il governo non ha ancora compiuto un passo deciso e chiaro in direzione dell’abolizione dei sussidi per il pane; non ha ancora avuto il coraggio di applicare in maniera “decisiva e necessaria” la sua vecchia ricetta liberista, per timore di una nuova “rivolta dei ladri”. Ma ciò non significa che la situazione sia rimasta immutata. Alla luce del rapido incremento demografico – dai circa 45 milioni di abitanti del 1975 agli 80 milioni di oggi, secondo le ultime valutazioni – non aumentare i sussidi significa, in realtà, ridurli. A ciò bisogna aggiungere l’impoverimento generale verificatosi nell’ultimo anno, dovuto al folle aumento dei prezzi che ha coinvolto tutti i generi di prima necessità. A causa di questo impoverimento, il numero di coloro che hanno bisogno dei sussidi statali è aumentato.

Per decenni il governo non è stato in grado di applicare la sua ricetta liberista, e non è riuscito ad abolire definitivamente le sovvenzioni per il pane. Ciò ha portato alla situazione in cui ci troviamo oggi. Ormai non passa giorno senza sentire una nuova storia a proposito di qualche giovane che è stato ucciso dai colpi sparati da un fornaio che cercava di disperdere la folla opprimente, o di un anziano morto nella ressa, o di un uomo ucciso in una lite per un sacco di farina. Ormai è difficile contare i “martiri delle file del pane” (così definiti in base ad una fatwa emessa recentemente da un dotto religioso). Le ultime cifre parlano di circa 12 morti. Ma la gente non parla d’altro che della “crisi del pane”, di “donne in fila davanti al forno per tutto il giorno”, di persone che hanno deciso di rinunciare alla battaglia, preferendo sostituire il pane con il riso e la pasta – il cui prezzo è aumentato ultimamente. La scena delle lunghe file ad ogni ora del giorno e della notte – una fila per gli uomini ed una per le donne – è divenuta ormai abituale e preoccupante al tempo stesso. L’aggravarsi di un fenomeno che ha sempre fatto parte della vita quotidiana del cittadino egiziano porta con sé nuovi significati.

Censimento
Censimento
Innanzitutto la paura per ciò che potrebbe succedere nel prossimo futuro; la paura della “fame”, che ha fatto nuovamente la sua comparsa nel vocabolario quotidiano, soprattutto nelle campagne. Una paura che riporta alla mente le immagini delle carestie che la storia egiziana ha conosciuto nel passato. E’ uno scenario che porta con sé una spaccatura nella società, che si aggrava giorno dopo giorno, fra chi sta in piedi nelle file per il pane, e chi può scegliere fra i diversi tipi di pane confezionato offerti dai nuovi supermercati.

E’ uno scenario che incarna il fallimento di tutti i piani ministeriali. Si è parlato della decisione di “separare la produzione dalla distribuzione” per aver ragione delle mafie che vendono la farina sovvenzionata dallo stato al mercato nero, attraverso la costituzione di una società pubblica per la distribuzione del pane. Ma ciò porterebbe semplicemente, secondo numerosi osservatori, ad un accentramento della corruzione. Si è parlato di altre misure dall’esito incerto.

Ma il punto centrale è che questo scenario incarna il fallimento delle scelte strategiche del regime negli ultimi decenni: la decisione di importare circa la metà del consumo annuale di grano (il 20 % di queste importazioni proviene dagli Stati Uniti), che ha fatto sì che i prezzi del pane salissero insieme all’aumento del prezzo mondiale della farina, costringendo chi non può permettersi questi aumenti ad andare ad ingrossare le file del pane.

Si tratta di uno scenario che non lascia tranquilli né gli ambienti governativi né i vertici della sicurezza. E come potrebbe essere altrimenti, visto che ogni panetteria del paese può esplodere in qualsiasi momento?

Il regime ha preso la decisione di produrre e di distribuire il pane nei quartieri popolari del Cairo per mezzo dei panifici dipendenti dall’esercito, nella speranza di contenere la rabbia crescente. A nessuno è sfuggita la somiglianza fra il clima attuale e quello che precedette le proteste e le manifestazioni del gennaio del 1977.

Alcuni ricordano che nei due anni che precedettero la “rivolta del pane” si assistette a numerose proteste operaie, fra cui un grande sciopero generale nel 1975. Come non riconoscere un’analogia fra quegli avvenimenti e gli ultimi grandi scioperi del 2006 e del 2007?

Il fenomeno delle “file del pane”, che porta con sé lo spettro della fame, non lascia presagire la possibilità di una nuova “rivolta del pane”?

Fonte: Arab News
Dina Heshmat è una giornalista e ricercatrice egiziana; è membro dell’Anti-Globalisation Egyptian Group (AGEG)

Titolo originale: أزمة الخبز في مصر وفتيل الانفجار الاجتماعي القادم
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