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Narmer - Menses
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La stessa città di Menfi è un immenso simbolo sacro. Secondo le concezioni egizie, la nascita della vita sulla terra, nel momento della creazione del mondo, si era concretizzata nell'apparizione di una collinetta primordiale emersa dalle acque. Menes venne quindi assimilato al dio che fa sorgere la vita sotto forma di tale collinetta, la quale altro non era che Menfi, la capitale. Si può infatti supporre che gli operai reali, prima di scavare le fondamenta della città, abbiano dovuto prosciugare una zona piuttosto paludosa. Anche nella tradizione greca si trova una leggenda simile: Menes avrebbe creato Crocodilopoli, la capitale del Fayum, una città sorta dalle acque.
A partire dalla I dinastia, Menfi si afferma come centro politico e religioso, poiché è lì che vengono consacrati i re. Come Menes, ogni nuovo re porta la doppia corona, in quanto faraone dell'Alto e del Basso Egitto. L'unione delle Due Terre è il principio di base del governo del paese. Ogni volta che si verrà meno a tale principio, l'Egitto conoscerà periodi di decadenza.
Menes è un grande amministratore. Divide il paese in province che vengono chiamate "nomi"; il geroglifico che le rappresenta è un rettangolo quadrettato, cioè un terreno percorso dai canali d'irrigazione.

Il nomo è un'entità amministrativa, geografica ed economica (si veda l'apposita sezione), ma anche religiosa. Il nomarca è infatti anche il grande sacerdote del dio adorato nella sua provincia. Un'interessantissima lista di nomi incisa nel tempio di Edfu, nell'Alto Egitto, e risalente all'epoca tolemaica (oltre duemilacinquecento anni dopo Menes) specifica quanto c'è da sapere su ciascun nomo. Si tratta di una sorta di manuale teologico-politico di cui ogni tempio doveva possedere una copia. Chi vuole essere informato su un nomo deve sapere qual è il suo nome e quello della capitale, quali reliquie vi sono conservate, quali divinità vi vengono adorate, quali sono i suoi luoghi di culto e i suoi templi, chi sono i principali responsabili del culto, deve conoscere i titoli sacri dei sacerdoti e delle sacerdotesse, i nomi della barca sacra e del suo specchio d'acqua, i nomi degli alberi sacri, le date delle feste, le liste dei divieti e dei tabù e infine i nomi dei canali e dei territori agricoli.

E difficile pronunciarsi sul numero dei nomi creati da Menes. Durante l'Antico Regno, l'Egitto ne comprendeva i trentotto o trentanove. Nell'Epoca Tarda, essi, in teoria, erano quarantadue e corrispondevano ai quarantadue giudici del tribunale di Osiride che decideva del destino ultraterreno. Nel corso del tempo si assistette quindi a variazioni nella suddivisione del territorio. L'organizzazione amministrativa si rivelava semplice ed efficace, purché si disponesse di nomarchi responsabili e competenti: gli ordini partivano dal palazzo reale, per arrivare alle capitali regionali, le quali li estendevano alle città minori, ai villaggi e alle campagne. Appoggiandosi a un tale sistema, Menes poté procedere al censimento della popolazione e al rilevamento delle terre coltivabili.
Il Delta costituisce un problema particolare. In quasi tutte le opere di egittologia si legge che questa parte dell'Egitto non ci ha lasciato testimonianze archeologiche perché il terreno umido della regione non ne avrebbe permesso la conservazione. Ma il Delta di oggi, con i suoi campi, i suoi alberi, i suoi villaggi e i suoi numerosi canali, non era evidentemente quello di Menes. In quell'epoca remota, la regione era probabilmente soltanto un'immensa distesa d'acqua coperta di abbondante vegetazione, dove si cacciava e si pescava. Non esisteva zona costiera dotata di porti che, ancora diversi secoli dopo, saranno soltanto porti fluviali situati all'interno del Delta. Si può quindi supporre che le "città" di cui si fa menzione nei documenti egizi, come Buto o Busiri, fossero soltanto santuari, siti sacri in cui ci si recava in occasione di certe feste, e non veri e propri centri abitati. Tale ipotesi rimette in discussione l'esistenza di un regno del Basso Egitto simile, per agglomerati e densità di popolazione, a quello dell'Alto Egitto. Le vittorie dei re del Sud sul Nord si ridurrebbero allora a un'annessione relativamente facile di tribù stanziate in luoghi piuttosto selvaggi, a un'opera di civilizzazione più che a una conquista guerriera.

Durante il regno di Menes, il paese si equipaggia: viene costituito un corpo di artigiani, sorgono granai gestiti dall'amministrazione centrale, si allestiscono cantieri navali, si costruiscono templi e l'agricoltura e l'allevamento vengono organizzati in modo strutturato. Un elemento caratteristico va messo subito in luce: tutto appartiene al re, perché la terra d'Egitto è interamente sua. Egli l'ha ereditata dagli dei stessi ed è da loro incaricato di assicurarne la prosperità. Non esiste quindi proprietà privata, benché il faraone possa offrire appezzamenti di terra più o meno consistenti a coloro che l'hanno fedelmente servito: nasceranno così le proprietà terriere dei grandi dignitari che, come avviene per il re, verranno ritenuti responsabili dello stato dei loro beni. L'economia egizia è religiosa. La circolazione dei beni è infatti assicurata dal tempio. Tutto inizia con l'offerta agli dei, senza i quali il paese sprofonderebbe nell'anarchia e nella miseria. Una volta appagati gli dei, si può provvedere ai bisogni degli uomini ripartendo debitamente le ricchezze. I raccolti sono controllati severamente dagli scribi, poiché una parte dei cereali deve confluire nei granai della capitale, dove viene conservata per essere distribuita in caso di carestia. I campi sono recintati con cura. La "terra nera" è generosa: produce diversi cereali, molti tipi di verdure - fra cui lenticchie, piselli, porri e cipolle - e numero-si frutti, quali datteri, fichi e uva. Per zuccherare si usa il miele. Il bestiame è abbondante: si contano parecchie razze bovine e i cortili sono popolati da oche e anatre. Il contadino egizio ama la sua terra. La sua non è una vita facile, il lavoro è piuttosto duro, ma durante il periodo della piena può concedersi un lungo riposo. Mentre il Nilo ricopre l'Egitto, lui resta a casa. La sua prosperità, come quella dei suoi compatrioti, è legata al benefico straripamento del Nilo e al suo intelligente sfruttamento. In questo campo, Menes continua e perfeziona i lavori iniziati dallo Scorpione. Egli sa che l'irrigazione è vitale per l'Egitto: senza di questa, i doni del Nilo sarebbero inutili. Creando un forte potere centrale, egli può avviare una serie di grandi opere nel paese. I nomarchi sono incaricati di mettere in pratica nelle loro province i piani tracciati dagli ingegneri del re. In parecchi punti chiave del corso del Nilo vengono installati nilometri, che permettono di registrare, ogni anno, il livello raggiunto dalla piena: sulla base di tali osservazioni, sarà possibile fare previsioni in vista di un'adeguata distribuzione delle acque. Piene troppo abbondanti o al di sotto della media costituiscono infatti vere e proprie catastrofi naturali ed economiche contro le quali bisogna premunirsi. Nelle liste reali, fra gli eventi salienti del regno, vengono riportati anche i dati relativi al livello delle piene.
In tutto l'Egitto, si costruiscono dighe e si scavano canali. Si colmano le depressioni del terreno e si livellano le collinette alluvionali. Gli isolotti che punteggiano il corso del fiume vengono coltivati. Inoltre, con un notevole senso "ecologico", vengono mantenute parecchie zone paludose per la caccia, la pesca e la conservazione di specie ritenute indispensabili. Creare non basta: perché l'apporto di limo venga sfruttato al massimo, bisogna fare una continua manutenzione ai canali e ai bacini di irrigazione.

la paletta di narmer
la paletta di narmer
La vita economica e spirituale dell'Egitto si basa sulla costruzione dei templi, edificati da artigiani che sicuramente Menes organizzò in collegi di Stato. La materia prima non manca, che si tratti di pietra, legno o metalli. Vengono aperte cave attorno a Menfi e forse anche in zone desertiche. Nell'Egitto di Menes, gli alberi non mancano: palme, persee, salici, acacie, tamarindi, sicomori forniscono tutti legno che può essere lavorato. Presto si organizzano spedizioni commerciali in Libano, alla ricerca del famoso cedro, e in Siria, per procurarsi i cipressi. Il rame abbonda e viene utilizzato per fabbricare armi e utensili; il bronzo diventerà materiale d'uso corrente solo durante il Medio Regno; il ferro - di origine meteoritica o di altra provenienza - è raro.
Menes viene considerato l'inventore del lusso, o quanto meno del comfort. La leggenda doveva avere un qualche fondamento reale, in un paese in cui si sapevano fabbricare sedie e casse di legno, cofanetti da toilette, vasetti per il profumo e il belletto, gioielli, indumenti semplici e indovinati come i perizomi per gli uomini e le lunghe tuniche aderenti per le donne. Il materiale del re, cioè il papiro, permette di registrare la scrittura su una superficie maneggevole e facile da archiviare.
Sull'esercito e la giustizia siamo poco informati. È sicuro che esistesse un esercito, dal momento che Menes poté conquistare il Nord. Il suo capo supremo era il faraone in persona. Egli era anche il giudice per eccellenza, che applicava un corpus di leggi non scritte. E probabile che ogni nomo disponesse di un tribunale e di un diritto consuetudinario che poteva essere diverso da quello del nomo vicino. Ma quello della giurisprudenza resta un campo piuttosto oscuro, di cui si sa solo una cosa con certezza: nell'antico Egitto non esisteva la schiavitù. Contrariamente a quanto è accaduto in Grecia e a Roma, in Egitto non sono mai esistiti individui totalmente privi di diritti e considerati al pari di oggetti o bestie. Quelli che alcuni storici dell'Egitto hanno definito impropriamente "schiavi", invero, potevano possedere terre e gestire le proprie aziende agricole dopo avere lavorato come braccianti nelle grandi proprietà terriere. Si può parlare di condizione servile, ma assolutamente non di schiavitù, il che costituisce uno dei maggiori titoli di merito della civiltà faraonica.
Non si sa nulla di certo sulla morte di Menes. Una leggenda narra che il re, inseguito dai suoi cani nei pressi del lago Meride, fosse costretto a entrare in acqua, dove venne salvato da un coccodrillo. Ma il racconto ha valore simbolico, poiché il dio di quella regione era Sobek, dalla testa di coccodrillo. Si dice anche che il primo faraone sia stato ucciso da un ippopotamo, forse durante una caccia, e che sia morto a sessantadue anni. Altri fatti non verificati riguardano la famiglia di Menes. La sua sposa avrebbe inventato un'efficace lozione per capelli, mentre il figlio Athoti, medico, sarebbe succeduto al padre prima di essere assassinato. Le fonti di tali pettegolezzi, come di tanti altri sui vari faraoni che incontreremo più avanti, sono greche. Ciò che è certo è che il figlio di Menes ha ingrandito o addirittura costruito ex novo un palazzo reale a Menfi e che apparteneva alla casta sacerdotale.
Le prime due dinastie proseguirono l'opera di Menes. Alla fine della II dinastia, l'Egitto si afferma come una nazione coerente le cui ricchezze continuano ad aumentare. Il paese è dotato di una capitale, di un'amministrazione e di corporazioni professionali. L'istituzione della regalità è ormai salda. E tutto pronto per un nuovo balzo in avanti.



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