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Nel 1813 lo svizzero Burckhardt riscoprì Abu Simbel, un luogo straordinario nel cuore della Nubia. Là, a valle della seconda cateratta del Nilo, a circa 1300 chilometri a sud di Pi-Ramses, erano stati scavati due templi nella parete rocciosa sulla riva del fiume. La dea Hathor regnava su quel luogo magico, la cui scelta non era dovuta al caso:
sotto la protezione della sovrana dell'amore celeste, il faraone aveva deciso di magnificare la coppia reale con una rappresentazione monumentale in due templi vicini.
Essi furono inaugurati da Ramses e Nefertari durante l'inverno dell'anno 24 del regno. Chi ha avuto occasione di vedere Abu Simbel prima del trasferimento dei templi, reso necessario dalla disastrosa creazione del lago Nasser e dalla distruzione della Nubia, ha provato l'emozione intensa vissuta dalla coppia reale. Ai raggi del Sole che tingeva d'oro l'arenaria nubiana, i colossi seduti di Ramses, dal fine sorriso, contemplavano l'eternità, mentre quelli del re e della regina, in piedi e in movimento, camminavano per l'eternità sui sentieri di luce.
Ramses e Nefertari entrarono nel grande tempio dedicato alla rigenerazione perpetua del ka del faraone, avanzarono lungo il viale fiancheggiato da pilastri che rappresentavano il re nella persona di Osiride, varcarono le porte che davano accesso alle sale segrete e andarono fino in fondo al santuario, dove troneggiavano quattro divinità, Ra, Amon, Ptah e il ka di Ramses.
Nel tempio è presente Nefertari, che vi agisce in qualità di grande maga, infondendo al re l'energia necessaria a sconfiggere le tenebre, ma è il tempio vicino a renderle omaggio in modo particolare: secondo le iscrizioni geroglifiche, Ramses II l'ha fatto costruire "come opera eterna, per la grande sposa reale Nefertari, l'amata da Mut, per tutto II tempo a venire, Nefertari, attraverso il cui splendore brilla il Sole".
Questo "piccolo tempio" è una vera meraviglia. La regina, delle stesse dimensioni del re, è rappresentata mentre suona il sistro per Hathor, offre fiori di loto e di papiro a Mut e ad Hathor, e brucia incenso alle dee; la si vede anche nell'atto di fare offerte a Iside, madre del dio, signora del cielo e sovrana delle divinità, e di venerare Taurt, la "grande" dea ippopotamo che rende il mondo fecondo e fa nascere le forze creatrici. Così come nel suo santuario di Deir el Bahri, Hatshepsut incontrava Hathor sotto forma di vacca celeste, Nefertari, in fondo alla sua grotta sacra scavata in una lontana montagna della Nubia, è rappresentata mentre esplora un boschetto di papiri per scoprire la vacca, simbolo del cosmo.
Straordinaria è la scena dell'incoronazione di Nefertari. Di un'eleganza suprema la regina dal corpo slanciato e sottile tiene nella mano destra la "chiave della vita" e nella sinistra uno scettro floreale. La corona è composta da un Sole fra due corna e due grandi piume, che ne fanno l'incarnazione di tutte le dee creatrici. Sulla fronte porta l'ureo, il cobra femmina che brucia i nemici e dissipa le forze negative. Ai due lati di Nefertari, le dee Iside e Hathor che, dopo averla incoronata, la ipnotizzano.
Ramses è lo sposo dell'Egitto di cui Nefertari è la madre; nel naos del tempio, la regina si identifica con Hathor e con Iside, suscita la piena del Nilo e dona, così, la vita a tutto il paese.
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