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Venezia e l’Islam - un amore ambiguo Stampa E-mail
A Palazzo Ducale oggetti, dipinti e documenti raccontano mille anni di scambi tra due civiltà.

di ALESSANDRO BARBERO - www.lastampa.it

Tra la folla di turisti che dalla Riva degli Schiavoni si riversa in Piazza San Marco quasi nessuno alza gli occhi ad ammirare la prima lunetta della basilica, e quei pochi che lo fanno ben difficilmente capiscono che cosa rappresenta. C'è un tale che tira via un panno scoprendo il contenuto d'una cesta, un islamico inturbantato che leva le braccia al cielo e un altro che si tappa il naso con disgusto. Eppure questa scena indecifrabile raffigura un momento fondante per l'identità di Venezia: l'avventura dei due mercanti cristiani che secondo la leggenda trafugarono nell'828 le reliquie di san Marco da Alessandria d'Egitto e le portarono in Laguna, nascondendole in un container pieno di carne di maiale e aggirando così astutamente i controlli dei doganieri musulmani.

Proprio da quell'episodio prende le mosse la mostra da poco aperta nelle vicine sale di Palazzo Ducale, «Venezia e l'Islam. 828-1797», che ricostruisce la storia millenaria dei rapporti artistici e commerciali fra la città lagunare e il mondo islamico. Anche nelle epoche più intolleranti, Venezia osò sempre sfidare la logica ottusa d'un Mediterraneo conteso fra due mondi contrapposti, fra due civiltà inevitabilmente nemiche. Il Fontego dei Turchi, cioè la sede destinata ai mercanti ottomani e alle loro mercanzie, nel palazzo sul Canal Grande dove oggi si trova il Museo di Storia Naturale, ospitava al secondo piano una moschea, preceduta da due locali per le abluzioni rituali. L'esistenza di una moschea in un paese cristiano era così scandalosa che la mappa settecentesca del Fontego, esposta in mostra, preferisce lasciarne il nome in bianco, eppure la moschea c'era e funzionava, col tacito consenso delle autorità della Serenissima.

Ma la mostra esibisce anche il cosiddetto seggio di san Pietro, normalmente visibile nella chiesa di San Pietro di Castello, che si trova un po' fuori mano, dietro l'Arsenale. Utilizzata per secoli dal patriarca di Venezia, la cattedra ha per schienale una stele con incisi, in caratteri cufici, alcuni versetti del Corano, del resto perfettamente appropriati anche a un prelato cristiano (III, 192: «Signore nostro, accordaci ciò che hai promesso a mezzo dei tuoi apostoli, e non ci far vergognare il giorno della Risurrezione»). Si dirà che il patriarca non aveva idea di cosa stava scritto dietro la sua schiena, ma certamente sapevano quel che facevano quegli ecclesiastici veneziani che nel Quattro e Cinquecento si facevano confezionare pianete e piviali con stoffe importate dalla Turchia; o quegli stampatori che speravano di fare un buon affare pubblicando, nel 1537, la prima edizione a stampa del Corano.

Giacché lo scambio, intensissimo, era a doppio senso e i potenti di Istanbul ordinavano continuamente a Venezia sia oggetti per uso personale, come occhiali e orologi, sia preziose lampade di cristallo da offrire alle moschee. Approfittando della scarsa diffusione della stampa nell'impero ottomano, i tipografi veneziani stampavano ed esportavano carte geografiche con didascalie in arabo e in turco; certo, così poteva capitare che il gran visir pianificasse una campagna militare, magari proprio contro la Repubblica, inforcando occhiali made in Venice e chinandosi su una mappa veneziana, ma dopo tutto gli affari sono affari. Solo una volta le autorità della Serenissima bloccarono una consegna di attrezzi, commissionati dalla figlia del sultano Solimano per i lavori di una condotta idrica alla Mecca; ma era stato il papa che dopo aver avuto sentore della faccenda aveva ordinato di interrompere la scandalosa fornitura.

Al centro della mostra sta il frutto più famoso di questa ambigua relazione dei Turchi con Venezia, sospesa tra la fascinazione intellettuale e la dipendenza tecnologica: il ritratto di Maometto II, il Conquistatore, che il sultano commissionò a Gentile Bellini. Un romanzo del premio Nobel turco Orhan Pamuk, Il mio nome è rosso, racconta il brivido che le élites ottomane provavano di fronte alla tecnica diabolica dei ritrattisti occidentali, e il furore dei religiosi integralisti di fronte a queste opere che apparivano loro una bestemmia contro Dio. Il ritratto di Maometto II, imperscrutabile col suo naso affilato e la barbetta a punta, rimase un unicum e il suo timorato successore lo fece vendere al bazar. Ma all'indomani di Lepanto, non appena ripresero i normali rapporti commerciali tra Venezia e Costantinopoli, il gran visir Mehmet Sokollu commissionò alla bottega del Veronese una serie di ritratti immaginari dei grandi sultani ottomani del passato, per costituire al palazzo di Topkapi una galleria di antenati secondo il gusto che dominava allora nelle corti occidentali, tanto queste due civiltà che s'erano appena scontrate in una lotta mortale continuavano ad essere compenetrate e affascinate l'una dall'altra.

Certo la mostra, e la stessa città di Venezia, possono raccontare anche un'altra storia, molto meno rassicurante. Fra i cimeli esposti a Palazzo Ducale c'è anche la polena della galera di Francesco Morosini, capitano generale da mar alla fine del Seicento e gran sterminatore di turchi; rappresenta, appropriatamente, un giannizzero in catene, accosciato e seminudo, ben riconoscibile dai mustacchi e dal ciuffo di capelli che svetta, alla moda turchesca, al centro del cranio rapato. D'altra parte, a dieci minuti da qui, nella chiesa di San Zanipolo, è conservata la pelle di Marcantonio Bragadin, scorticato vivo dai turchi poche settimane prima di Lepanto, sotto il governo di quello stesso gran visir Soqollu che era buon cliente del Veronese. Le atrocità, insomma, non mancavano davvero, da una parte e dall'altra. Ma uscendo da Palazzo Ducale, cogli occhi pieni di vetri che sembrano soffiati a Murano e invece vengono dall'Egitto mamelucco, di piatti d'ottone che sembrano persiani e invece sono fatti a Venezia, di ceramiche veneziane che imitano quelle turche di Iznik e di broccati turchi che copiano quelli italiani, si finisce per chiedersi se la guerra che insanguinò per secoli il Mediterraneo non fu così atroce proprio perché fra turchi ed europei non si combatteva, in realtà, uno scontro di civiltà ma una guerra civile.

L'ESPOSIZIONE
Venezia e l’Islam 828-1797 sarà visibile fino al 25 novembre nelle sale del Palazzo Ducale di Venezia. L’orario di apertura è dalle 9 alle 19 tutti i giorni. Info www.museiciviciveneziani.it
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