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Aton Ra: un sito sull'antico Egitto
Testi della sezione geroglifici
Text of the hieroglyphs section.
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Recensioni del sito Flash
sull'antico Egitto
I geroglifici
Viene qui presentato un gioco di "traduzione" in caratteri geroglifici
e alcune semplici lezioni introduttive al significato dei geroglifici.
Imparare a decifrare i geroglifici è un compito molto difficile, che si
appernde dopo anni di studio e di esercizio. Il giochino serve a far capire
che c'è ANCHE una corrispondenza fonetica con i nostri caratteri ma ciò
non ha ovviamente NULLA a che fare con la traduzione. Una curiosità: i
geroglifici che avete visto all'apertura del sito signigicano: Aton Ra
Home Page: riconoscibilissimi i caratteri per indicare Aton (itn); Ra
(cerchio solare); Casa-Home (pr simbolo rettangolare di casa); Page-Pagina:
qui ho usato il geroglifico del papiro arrotolato (è pur sempre una pagina
no? è anche il determinativo delle idee astratte.. e queste sono ... pagine
astratte.. ;-) Sotto il contatore c'è scritto tut con il determinativo
del plurale: significa immagini.. si proprio come TUT-ANKH-AMON significa
"Immagine vivente di Amon". Cliccando su tut si accede ad una galleria
di immagini. Buon divertimento.
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Ho perduto i miei geroglifici! ovvero Le angosce di Champollion.
Prima di conoscere la nostra anatra più da vicino, trasferiamoci in Egitto
e più precisamente nella città di Rosetta. Siamo nell'agosto del 1799.
E' li che, sfinito dal caldo opprimente, Bouchard, ufficiale del genio
del corpo di spedizione del generale Bonaparte, porta alla luce una pietra
coperta di iscrizioni. Quel valoroso soldato era chiaramente incapace
di decifrare i testi che costituivano un decreto redatto da alcuni sacerdoti
in onore del re Tolomeo V nel 196 a.C., ma gli studiosi vi riconobbero
la presenza di ben tre lingue antiche: il greco, il demotico (una lingua
usata nell'Egitto del periodo tardo) e... il geroglifico. Immediatamente
si fece strada un'ipotesi allettante; si trattava forse dello stesso testo
redatto in tre lingue differenti?
Per dirla in altre parole, si possedeva la traduzione greca di un testo
in geroglifico, traduzione che avrebbe permesso di trovare finalmente
la chiave per la sua interpretazione dopo ben quattordici secoli di silenzio?
A partire dalla conquista araba del VII sec. d.C., infatti, la lingua
geroglifica era rimasta muta. Nessuno era stato più capace di leggere
quei segni strani che si consideravano segni magici: in essi erano nascosti,
secondo gli antichi, i segreti dei sacerdoti. Nel I sec. d.C. l'ebreo
Filone scriveva: "I discorsi degli Egizi ci presentano una filosofia che
si esprime per mezzo di simboli; filosofia che essi rivelano in lettere
chiamate sacre". Nel m sec. d.C. il filosofo Plotino dirà ancora: "I saggi
dell'Egitto dimostravano la loro profonda conoscenza, impiegando segni
di valore simbolico tramite i quali essi comunicano intuitivamente, in
certo qual modo, senza far ricorso alla parola... Così ogni geroglifico
una specie di scienza o di saggezza".
Opinioni da non trascurarsi, perché questi due pensatori frequentavano
assiduamente la biblioteca di Alessandria e dovevano essere ancora in
grado di leggere i geroglifici. Non si diceva forse che il grande Omero
in persona avesse dimestichezza con questa lingua diversa da qualunque
altra? I primi cristiani e alcuni Padri della Chiesa testimoniano ancora
di una certa ammirazione nei confronti dei geroglifici. Però dopo l'anno
639, con l'invasione degli arabi, calò una notte profonda sulla terra
dei Faraoni. Il cambiamento di lingua, di religione, di costumi e un mutato
modo di pensare furono i risultati della costituzione di uno Stato musulmano.
Forse una tradizione orale che permetteva a certuni di leggere i geroglifici
sopravvisse a tutto questo? E probabile, ma non ne abbiamo le prove. Ad
ogni modo il capitano Bouchard, sebbene fosse del genio (buona questa!
ndr), si dimostrò incapace di leggere la pietra di Rosetta. E gli studiosi
al seguito della spedizione d'Egitto non furono davvero in grado di far
meglio. Ma, finalmente, la Francia aveva scoperto l'anello mancante e
tutte le speranze diventavano legittime.
Entusiasmo di breve durata, perché la spedizione di Napoleone Bonaparte,
come tutti sanno, si concluse con una disfatta militare, dopo che Il Generale
aveva dovuto abbandonare i suoi uomini. I nostri amici inglesi ne approfittarono
per impadronirsi dell'Egitto... e della pietra di Rosetta, che fu trasportata
a Londra, al British Museum, dove ancora oggi troneggia accompagnata da
questa iscrizione; "Conquered by the British Armies". Non tutto era perduto,
invero, perché c'era stato il tempo di farne delle copie sulle quali un
certo numero di studiosi si mise subito al lavoro. Agli inizi del XIX
sec. i tentativi di decifrazione dei geroglifici furono assai numerosi.
Dopo l'insuccesso del padre gesuita tedesco Kircher (circa metà del XVIII
sec.), il quale pensava che tutti i geroglifici fossero solo simboli senza
alcun valore fonetico, in molti pensavano ormai che questi segni sarebbero
rimasti per sempre avvolti nel loro mistero. Poi la curiosità si era ridestata;
grazie alla pietra di Rosetta l'immaginazione degli studiosi si riaccese
e in particolar modo quella dell'inglese Young, che arrivò a decifrare
alcuni segni, ma che in seguito dovette arrendersi di fronte a degli ostacoli
insormontabi.
Fra gli "esploratori dell'impossibile" ecco apparire sulla scena un francese,
Jean-Francois Champollion. Nato il 23 dicembre del 1790 a Figeac, egli
dice di se stesso in una delle sue lettere, datata 24 novembre 1828: "Io
sono tutto per l'Egitto e l'Egitto è tutto per me". Uomo davvero predestinato
e geniale, ma anche invidiato e detestato dalla maggior parte delle autorità
"scientifiche" del suo tempo, gran lavoratore, egli è vissuto solo per
portare a compimento una straordinaria missione: ritrovare la chiave di
lettura dei geroglifici egiziani e ridare loro vita. Champollion fin dall'infanzia
si cimentò nello studio di varie lingue morte e affrontò persino lo studio
del cinese e del persiano. Ma non godeva di buona salute, era costretto
a rincorrere il denaro e un lavoro stabile e inoltre gli mancavano i documenti
originali, che invece possedevano certi suoi rivali, incapaci di servirsene.
I momenti di sfiducia non erano rari: Champollion non ritrovava i suoi
geroglifici!
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"Ce l'ho fatta!" ovvero: i geroglifici ritrovati.
Parigi, 14 settembre 1822. L'Istituto di Francia sonnecchia; il fratello
di Chanipollion lavora nel suo ufficio. Una giornata da studioso come
tante altre, grigia, monotona, senza passione. All'improvviso si apre
la porta. Jean-Francois Champollion, al colmo dell'eccitazione, non riesce
neppure a spiegarsi, ma grida: "Ce l'ho fatta!" e sparisce. Egli resta
in letargo per parecchi giorni, tanto intensa era stata l'emozione. Come
fuori dalla realtà, si preparava a svelare i misteri di alcuni millenni
di storia e di civiltà. Per fortuna, gli dei non hanno consentito a Jean-Francois
Champollion di lasciare questa terra senza averci trasmesso la sua intuizione,
che si basava nello stesso tempo su una cultura notevole e su un formidabile
fenomeno di vera e propria chiaroveggenza.
Ancor oggi si resta confusi di fronte alla vastità della scoperta. Infatti
ai nostri giorni, nonostante l'impiego dei computer, lingue molto più
semplici dei geroglifici restano indecifrate. Nel nostro caso fu un solo
cervello umano, ma io direi piuttosto fu un solo cuore, tanto Champollion
era legato alla sua passione, che giunse a svelare il mistero, grazie
a una folgorante intuizione che, lo confessiamo, rimane ancora un vero
enigma. Prima di Champollion erano state proposte due grandi teorie. Secondo
la prima, i geroglifici non rappresentavano né dei suoni, né delle lettere
come quelle del nostro alfabeto, ma solo dei simboli e delle immagini.
Per esempio; la nostra famosa anatra è un'anatra e simboleggia forse un'altra
cosa, ma che cosa? Perla seconda teoria ogni geroglifico rappresenta un
suono o una lettera. Per esempio la nostra anatra sarebbe una A, una B
o una C, ma come scoprire l'esatto valore fonetico corrispondente?
Nessuna delle due teorie, presa isolatamente, era esatta; era necessario
unificarle e superarle nello stesso tempo. E questo il concetto che Champollion
esprime nella sua Lettera al barone Dacier, che porta la data del 17 settembre
1822 e che è in qualche modo l'atto di nascita della riscoperta dei geroglifici:
"Si tratta di un sistema complesso, di una scrittura allo stesso tempo
figurativa, simbolica e fonetica di uno stesso testo, di una stessa frase,
direi quasi di una singola parola". Per vederci un po' più chiaro, ritorniamo
alla nostra anatra e consideriamola più da vicino sotto tre diversi punti
di vista.
1. L'aspetto nel suo insieme, la testa, il becco, il corpo, le zampe,
la coda... Nessun dubbio! Questo disegno rappresenta davvero un'anatra.
Noi possiamo quindi tradurre questo segno con "anatra". In tal caso la
scrittura geroglifica è in tutti i sensi una scrittura figurativa.
2. In certe frasi, tuttavia, è chiaro che non si parla di "anatra" quando
si scrive tale segno; per esempio quando il volatile è associato al sole
in un epiteto che riguarda il Faraone: la traduzione ora non è "anatra
del sole", ma "figlio del sole". In questo caso l'anatra indica un'altra
cosa e non se stessa e diventa così il simbolo di "figlio". La scrittura
geroglifica è ora simbolica.
3. Questo segno dell'anatra è però anche un suono. In questo caso si tratta
di un suono doppio, formato da: s + a = SA. Questo suono SA può servire
a scrivere altre parole che non hanno alcun legame con "anatra" e "figlio".
Per tentare un vago paragone con l'italiano, prendiamo due gruppi di suoni,
ad esempio "re" e "te", che costituiscono due parole distinte. In una
terza parola "rete" si trova sì l'unione dei due suoni "re" e "te", ma
non resta traccia dei significati delle due parole prese separatamente.
In questo caso la scrittura geroglifica è fonetica.
Attraverso questi tre modi di esaminare la raffigurazione dell'anatra
si comprende meglio la geniale equazione di Champollion; il sistema geroglifico
è veramente figurativo, simbolico e fonetico nella stessa parola. Immaginiamo
la gioia di Champollion quando, durante il suo unico viaggio in Egitto,
leggendo direttamente le iscrizioni sui monumenti, poté constatare l'esattezza
della sua intuizione. Egli il 1° gennaio 1829, a Wadi Halfa, di fronte
all'invalicabile seconda cateratta del Nilo, scrive a Dacier queste commoventi
parole: "Ora sono veramente fiero di poter dire che, avendo seguito il
corso del Nilo dalla sua foce fino alla seconda cateratta, ho il diritto
di annunciarvi che non c'è nulla da modificare nella nostra "Lettera sull'alfabeto
dei geroglifici". Il nostro alfabeto è valido: esso si applica con uguale
successo tanto ai monumenti egiziani del tempo dei Romani e dei Lagidi
quanto poi, cosa ancor più interessante, alle iscrizioni di tutti i templi,
palazzi e tombe delle epoche faraoniche".
Autore di una grammatica, di un dizionario, di uno studio sulle divinità
dell'Egitto, Champollion morì spossato dalla fatica e dalla malattia il
4 marzo 1832, all'età di quarantun anni. Non si canterà mai abbastanza
la gloria di questo vero genio senza il quale l'Egitto faraonico sarebbe
completamente scomparso dalla storia. Egli ha riportato alla luce una
grande civiltà e la sua grande sapienza. Davvero pochi uomini nella storia
sono stati in grado di compiere un'impresa pari a questa.
Brano tratto dal secondo capitolo (L'epopea della decifrazione) del libro
dell'egittologo e romanziere Christian Jacq: Il segreto dei geroglifici.
Edizione italiana di PIEMME POKET traduzione di Marco Jennarelli
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Uno strano alfabeto!
L'alfabeto egizio possiede solo consonanti e nessuna vocale. Le vocali
erano sottointese: si ignorno le regole di vocalizzazione ma dai nomi
che ci sono stati tramandati si tenta una pronuncia verosimile. Ad es.
i primi due segni a destra sono trilitteri e vengono pronunciati nefer
e kheper Ci sono oltre 650 geroglifici. Oltre ai geroglifici che hanno
un corrispettivo fonetico con il nostro alfabeto (una trentina) ci sono
quelli bilitteri, trilitteri, i determinativi, i complementi fonetici
ecc. La scrittura egizia è fonetica, figurativa e simbolica. Questo rende
particolarmente difficili le traduzioni. Come spiegato nella sezione "la
scoperta", un simbolo può avere significati diversi a seconda del contesto.
Da dove deriva? La scrittura egizia è stata rivelata agli uomini dal dio
Thot (ibis) e si è mantenuta pressoché uguale per oltre 4000 anni. L'ultima
importante iscrizione è del 394 d.c. nell'isola di File (1°cataratta)
dove i sacerdoti di Iside avevano trovato il loro ultimo rifugio. L'ultima
iscrizione in demotico è del 470 d.c.
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Il verso della scrittura geroglifica.
I geroglifici possono essere scritti da sinistra a destra, orizzontalmente
o verticalmente: l'unico verso non consentito è dal basso verso l'alto.
Lo scriba decideva il verso di scrittura in base alle necessità estetiche.
Nella scrittura geroglifica manca qualsiasi punteggiatura o spazio tra
una parola e l'altra. Come capire qual'è il verso di scrittura? E' molto
semplice: basta osservare in che direzione "guardano" i geroglifici. Infatti
sono sempre rivolti verso l'inizio della frase. I geroglifici vanno disposti
in modo tale da evitare antiestetici spazi vuoti.
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Le due tappe principali dell'uomo nel suo lungo cammino verso la civiltà
furono le scoperte, avvenute successivamente e a grandi intervalli di
tempo, della tecnica del linguaggio e di quella della scrittura. L'uso
di suoni articolati rese possibile lo scambio di pensieri, desideri, domande.
La scrittura, creata sui medesimi principi, sostituì segni visivi
a quelli auditivi estendendo così nello spazio e nel tempo il raggio
delle comunicazioni umane. Nel nostro tentativo di abbozzare la storia
di una delle più antiche, certo della più splendida, delle
civiltà orientali, è opportuno iniziare con qualche cenno
all'influenza che su di essa ebbero queste due tecniche per quanto almeno
ci è dato saperne.
Disgraziatamente le origini della lingua egizia giacciono sepolte in
un passato così ignoto e lontano che ben poco se ne può
dire con sicurezza. L'ipotesi generalmente accettata che la più
antica popolazione dell'Egitto fosse di ceppo africano farebbe logicamente
supporre che lo fosse anche la lingua; furono infatti scoperte molte affinità
con i dialetti camitici e in particolare con quello berbero non solo nel
vocabolario, ma anche nella struttura verbale e simili. D'altra parte,
il rapporto con le lingue semiti che (ebraico, arabo, ecc.) è indubbio,
se non più evidente. Le divergenze di opinione sull'argomento sono
notevoli, e se anche è possibile raggiungere un certo accordo sul
luogo o i luoghi di origine rimane pur sempre il problema della datazione.
Passiamo quindi, senza dilungarci oltre, ad esaminare la scrittura egizia
sulla cui evoluzione possediamo documenti dettagliati.
Le decorazioni dei vasi e di altri oggetti d'uso comune erano già
una specie di comunicazione visiva che risultò anche più
evidente quando vi furono introdotte figure umane, animali, navi, e cosI
via. La scrittura ebbe inizio quando a queste immagini furono aggiunti
segni visivi che esigevano la traduzione nei suoni della lingua. Per quanto
concerne l'Egitto, questa innovazione si osserva nel periodo di poco precedente
l'avvento di Menes, contrassegnata dall'introduzione di figurine isolate
che si distinguono chiaramente dalle rappresentazioni puramente pittoriche
del contesto. Le immagini sono le stesse in ambo i casi e riproducono
ogni sorta di oggetti materiali, armi, piante, animali, esseri umani e
anche divinità. La comparsa dei geroglifici, come vengono chiamati
questi piccoli segni, fu dovuta al bisogno di comunicare quanto non si
poteva rappresentare visivamente, come i numeri, i nomi propri, i fenomeni
mentali. Questo carattere integrativo sopravvisse, fianco a fianco con
altri, attraverso tutta la storia egizia cosicché quando, come
spesso accade, le scene scolpite in rilievo sono accompagnate da iscrizioni
geroglifiche esplicative si può dire a ragione che queste illustrano
quelle e non viceversa. La scrittura tuttavia subì altre importanti
evoluzioni che sarà nostra cura spiegare in seguito, e non molto
tempo prima dell'Era Cristiana si giunse perfino a tre tipi di scrittura
egizia ciascuno usato per uno scopo diverso, mentre i Greci, che in quel
periodo dominavano il paese, impiegavano il proprio alfabeto per tutti
gli usi pratici della vita.
I tre tipi di scrittura (fig. 3) sopra citati sono tutt'ora chiamati
con i nomi imposti da Champollion e dai suoi contemporanei, benché
siano derivati da fonti diverse e a rigore applicabili solo al periodo
grecoromano. Il termine di geroglifico usato da Clemente Alessandrino
nel passo famoso di cui abbiamo fatto cenno in una delle pagine precedenti
(p. 12) significa alla lettera "segno sacro inciso", ma il nome
avrebbe corrisposto al significato letterale solo nel periodo più
tardo della storia egizia quando questo tipo di scrittura fu impiegato
quasi esclusivamente per le iscrizioni incise sulle pareti dei templi.
Comunque, il termine si applica ora a tutti i tipi di scrittura egizia
ancora realmente pittografici, dai minuziosi segni policromi che decorano
le tombe agli esemplari abbreviati scritti con una cannuccia sui papiri
* di contenuto religioso. Il geroglifico naturalmente fu il prototipo
dal quale si svilupparono tutte le altre varietà di scrittura egizia;
essa si legge a volte dall'alto in basso, a volte da destra a sinistra,
o anche da sinistra a destra, ed questa la forma adottata nella stampa
delle nostre grammatiche; se la scrittura è diretta da destra a
sinistra i caratteri sono rivolti verso destra.
Il nome di ieratico, sempre secondo Clemente, era dato allo stile di
scrittura impiegato dai sacerdoti scribi nei libri religiosi e derivato
dalla forma geroglifica abbreviata di cui abbiamo fatto cenno più
sopra. Gli egittologi hanno però esteso l'uso del termine a molte
altre varietà ancora schematiche di scrittura reperibili nei testi
letterari e nei documenti ufficiali; qui i legamenti, vale a dire i segni
congiunti l'uno all'altro, sono frequenti e nelle forme più corsive
tutti i caratteri salvo l'iniziale sono ridotti a semplici linee. Per
comodità di studio è invalso l'uso di trascrivere lo ieratico
in geroglifico, ma questo procedimento riesce quasi impossibile nel caso
di esemplari estremamente corsivi. La direzione della scrittura è
di solito da destra a sinistra.
Per il terzo tipo di scrittura, detto enconiale (indigeno) nella stele
di Rosetta e chiamato epistolografico da Clemente, gli studiosi hanno
conservato il termine usato da Erodoto, cioè demotico (popolare).
E' una forma derivata da quella ieratica e usata a partire dal 700 a.C.
circa, cioè dall'epoca della dinastia etiopica. Essa presenta particolari
caratteristiche e richiede l'attento studio di specialisti in materia;
era la scrittura usata generalmente per le esigenze della vita quotidiana
e il suo impiego può essere definito "laico".
Fra i due estremi, il geroglifico e il demotico, esistono molte varietà
intermedie, nate soprattutto dalla necessità di rendere la scrittura
più rapida il che si poteva raggiungere solo attraverso una graduale
attenuazione del carattere pittografico. Ne consegue che i principi basilari
del sistema finirono poco alla volta per scomparire. Un altro fattore
che favorì l'evoluzione fu Ia superficie adottata dallo scrivente.
La scrittura geroglifica era essenzialmente monumentale, incisa sulla
pietra con uno scalpello o eseguita a inchiostro con cura meticolosa o
dipinta su pareti appositamente preparate. La scrittura ieratica è
in pratica antica quanto la geroglifica, ma, come la demotica, era impiegata
per scrivere sui papiri o su tavole di legno ricoperte da uno strato di
stucco o ancora su cocci di terracotta o schegge di calcare.
Allorché il cristianesimo si sostituì al paganesimo faraonico
si rese necessario un mezzo di più facile comprensione per tradurre
i testi biblici. E questa la ragione per cui si fece ricorso al copto,
già da noi citato (p. 13) come l'ultima fase della lingua egizia
che si scriveva in caratteri greci con l'aggiunta di alcune lettere prese
dal demotico. La letteratura copta abbonda di vocaboli greci e la struttura
ne rivela la natura più di gergo semiartificiale piuttosto che
di diretta derivazione dalla lingua antica; e qui si può trovare
una analogia con l'ebraico palestinese moderno.
Sarà opportuno per lo studioso attento qualche ulteriore schiarimento
sulla scrittura geroglifica, tanto più che solo la scoperta di
Champollion ha reso possibile un'immagine ordinata e storicamente esatta
di quell'antica civiltà. Come già e stato accennato, la
scrittura geroglifica discende direttamente dalla rappresentazione pittorica.
Sotto questo aspetto le sue origini assomigliano a quelle della scrittura
babilonese e non e improbabile che vi sia stato un reale rapporto fra
le due scritture, limitato però a una conoscenza indiretta: nulla
di più che il sapere che i suoni della lingua potevano venir comunicati
per mezzo di disegni adatti. Lo sviluppo successivo tuttavia fu molto
diverso nei due casi. Nella scrittura babilonese che si serviva di caratteri
cuneiformi cessò ben presto di essere riconoscibile il disegno
originario, mentre i geroglifici egizi conservarono attraverso i secoli
il loro aspetto pittografico e lo persero, e solo parzialmente, soltanto
nelle forme derivate: la ieratica e la demotica. .... versione
completa all'interno del sito Flash.
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