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Sharon condiziona
la nascita dello Stato palestinese alla rinuncia al «diritto al ritorno»

Il Primo Ministro israeliano Ariel Sharon ha comunicato che sta preparando l'incontro con il neo Primo Ministro palestinese Mahmud 'Abbas [Abu Mazen, n.d.t.], ma per raggiungere l'accordo di pace pone come condizione la rinuncia dei palestinesi alla richiesta del ritorno dei profughi in Israele. Nel corso di una trasmissione radiofonica per i festeggiamenti relativi alla fondazione dello Stato d'Israele, Sharon ha fatto sapere che Tel Aviv non riconoscerà uno Stato palestinese se i palestinesi non rinunceranno alla richiesta di ritorno dei profughi in Israele: "Israele insiste su questa cosa e la considera una condizione per continuare il processo di pace ".

Alcuni leader israeliani affermano che il ritorno dei profughi palestinesi alle loro vecchie case sarà un suicidio demografico per lo Stato ebraico, il quale ha oggi 5.800.000 abitanti. Ed è anche probabile che Sharon presenterà la sua richiesta a Powell nel corso della sua visita. Fonti governative hanno difatti riferito che è stato deciso che Sharon volerà a Washington il mese prossimo per incontrare il Presidente americano George Bush.

Lunedì scorso [5 Maggio 2003, n.d.t.], inoltre, fonti politiche israeliane hanno riferito che Sharon e il Ministro della Difesa Shaul Mofaz hanno intenzione di indire una riunione con 'Abbas la settimana prossima, dopo la fine della visita nella regione da parte del segretario di Stato americano Colin Powell.

Osservazioni sulla «Road Map»

Come ha detto Sharon in un'intervista televisiva, mentre si attende per sabato [10 Maggio 2003, n.d.t.] l'arrivo del segretario di Stato americano in Israele e nei Territori palestinesi, le osservazioni di Israele riguardo alla «Road Map» verranno studiate fra alcuni giorni a Washington.
Sharon ha aggiunto che "Israele ha presentato le sue osservazioni, che verranno esposte nei prossimi giorni a Washington", senza dare ulteriori spiegazioni. Ha confermato inoltre che i negoziati con i palestinesi, la cui ripresa si accompagna alla «Road Map», verteranno sulla questione della sicurezza.

Il premier israeliano ha segnalato che "la fase dei negoziati di cui ci occuperemo, all'inizio riguarderà il porre un limite al terrorismo, alla violenza e all'incitamento alla violenza", e ha indicato che "la condizione per la realizzazione di qualsiasi progresso politico (nei negoziati) è l'arresto del terrorismo".

Venerdì scorso [2 Maggio 2003, n.d.t.], la televisione pubblica israeliana ha rivelato che Dov Weisglass, capo di Gabinetto di Sharon, si recherà a Washington per una visita che riguarderà la «Road Map», e si suppone che la compierà al termine della visita del segretario di Stato americano nella regione, la quale comincerà sabato [10 Maggio 2003, n.d.t.].
Il 14 aprile scorso, nel corso dell'incontro con il Consigliere americano per la sicurezza nazionale Condoleeza Rice, Weisglass ha presentato quindici osservazioni israeliane attinenti al progetto di pace.

Powell visiterà Israele e i Territori palestinesi con l'intento di trattare a fondo il piano «Road Map» con le due parti interessate. Al tempo stesso, il capo di Stato maggiore israeliano, il generale Moshe Ya'alon, ha reso noto che la fase acuta dell'intifâda è terminata e che gli sforzi rivolti a risolvere il conflitto con i palestinesi potrebbero calmare gli animi. Martedì scorso [6 Maggio 2003, n.d.t.], Ya'alon, in un'intervista televisiva rilasciata prima dell'inizio dei festeggiamenti in occasione del 55° anniversario della fondazione dello Stato israeliano, ha detto che "abbiamo già superato il culmine dell'intifâda".

Nell'intervista, Ya'alon ha dubitato dell'efficacia della guerra al terrorismo annunciata dal governo di Mahmud 'Abbas [Abu Mazen, n.d.t.], invitando il Primo Ministro palestinese a non limitarsi alle parole.
Il capo di Stato maggiore israeliano ha suggerito ad Abu Mazen che non basta solo tentare di convincere il Jihâd islamico e Hamâs ad una tregua armata "in attesa che la tempesta si plachi".
Le parole di Ya'alon giungono dopo l'operazione palestinese in Cisgiordania, che ha portato all'uccisione di un colono e al ferimento di sua figlia e di un riservista che era con loro in macchina. L'azione è stata rivendicata dalle Brigate dei Martiri di al-Aqsa, appartenenti al movimento Fath.

Rifiuto della lotta interna

Da parte sua, lo sceicco Ahmad Yasin, fondatore del movimento di resistenza islamica Hamâs, ha confermato che il movimento rifiuta la lotta interna nello stesso modo con cui rifiuta qualsiasi guerra civile sul territorio palestinese, e ha detto che Hamâs "è risoluta nel vietare ogni lotta interna in Palestina […] noi rifiutiamo la guerra civile e ci sforzeremo di evitare che si giunga a questo punto".

Il fondatore di Hamâs ha ripetuto che il popolo palestinese "è in grado di difendere la resistenza e le armi della resistenza; per quanto riguarda le nostre armi, esse sono puntate soltanto contro il nemico israeliano", alludendo all'invito del Primo Ministro palestinese al ritiro delle armi illegali, richiesta che Hamâs e Jihâd islamico respingono.

Lo sceicco Yasin ha considerato Abu Mazen "una richiesta israeliana che permette la politica della resa", chiarendo che il movimento non accusa Abu Mazen (dato che) "uno dei nostri principi è quello di non accusare nessuno di tradimento". Yasin ha confermato che i palestinesi non hanno altra scelta "che non sia la rinuncia o la resistenza, fino a quando ci sarà l'occupazione", aggiungendo che "qualsiasi popolo del mondo non potrebbe tacere di fronte all'occupazione della propria terra".

Lo sceicco Yasin ha confermato inoltre nell'intervista giornalistica pubblicata oggi [7 Maggio 2003, n.d.t.] dal giornale parigino «Le Monde», che gli attivisti di Hamâs continueranno la loro battaglia contro Israele e non getteranno le armi "dato che non sono stati riconosciuti i nostri diritti", aggiungendo che "quando avremo uno Stato palestinese indipendente saremo i primi a gettare le armi, ma non prima".

Anche il sondaggio d'opinioni tra i palestinesi i cui risultati sono stati pubblicati martedì [6 Maggio 2003, n.d.t.] ha rivelato che più del 60% dei palestinesi nella Striscia di Gaza è d'accordo sull'arresto delle azioni militari in cambio dello stop all'"aggressione" e del ritiro israeliano dai territori rioccupati a partire dallo scoppio dell'intifâda nel settembre 2000. Il 33,1% di loro pensa che la difficoltà della situazione attuale richieda "un aumento delle operazioni militari contro Israele", il 24,5% ritiene c'è bisogno di una velocizzazione del processo di pace, mentre il 9% considera che ciò richiederebbe "l'abbandono dell'intifâda in tutte le sue forme".

http://www.aljazira.it/03/05/11/diritto_ritorno.htm
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