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Egitto: stazione di confine riapre dopo 38 anni Stampa E-mail
“Fuga in Egitto” dalla striscia di Gaza - Al valico di Rafah, aperto per ora solo 4 ore al giorno, si accalcano centinaia di palestinesi. Rafah - Un autobus carico di passeggeri palestinesi è stato il primo ieri a transitare attraverso il valico di Rafah, marcando così ufficialmente l’entrata in funzione della stazione di confine palestinese dopo 38 anni di occupazione israeliana, tra la striscia di Gaza e l’Egitto. Nella fase iniziale il passaggio, il cui attraversamento è limitato ai soli titolari di carte di identità palestinesi oltre che a diplomatici stranieri, uomini d’affari e membri di organizzazioni internazionali, sarà operativo per quattro ore al giorno sotto la supervisione di un gruppo di osservatori dell’Ue al comando del generale Pietro Pistolese.
L’accordo tra Israele, che vuole prevenire l’ingresso a Gaza di persone che considera terroristi, e l’Autorità nazionale palestinese (Anp), finalizzato lo scorso 15 novembre grazie al deciso intervento del segretario di Stato americano Condoleeza Rice, stabilisce che il movimento dei viaggiatori in entrata e in uscita sarà seguito a distanza per mezzo di un sistema di telecamere da una stazione di controllo congiunta israelo-palestinese, sotto supervisione dell’Ue.
Tra una decina di giorni, dopo l’arrivo dell’intero gruppo di 72 osservatori europei, la stazione opererà nell’arco di tutta la giornata. Della squadra di osservatori europei fanno parte anche 19 carabinieri. Con questa missione, aveva sottolineato il generale Pistolese nei giorni scorsi, «l’Italia viene ad assumere il ruolo importante di interprete primario nella questione della pace: una questione che ci interessa molto da vicino». Si tratta, ha sottolineato, «di un fatto particolarmente significativo nello sviluppo della “Road map”, cioè il processo di pace: è sotto gli occhi di tutti la necessità che l’apertura del valico proceda bene, perché da questo passo si potrà fare quello successivo». Certo, ha aggiunto, il generale, «72 uomini sono una forza modesta, ma il valore della presenza è essenzialmente politico, perché è la prima volta che una zona palestinese viene aperta verso un Paese terzo, cioè l’Egitto. E se l’esperienza sarà positiva - ha concluso - l’Europa potrà essere coinvolta anche in attività successive a Gaza».
Intanto in Cisgiordania le prime parziali elezioni primarie all’interno di Al Fatah, per la scelta dei suoi candidati alle legislative del prossimo 25 gennaio, sono state vinte nella circoscrizione di Ramallah dal popolare leader palestinese Marwan Barghuti, uno dei capi dell’intifada. Le votazioni nella striscia di Gaza sono state rinviate di alcuni giorni. Barghuti sta scontando in una prigione israeliana una condanna all’ergastolo, dopo essere stato giudicato colpevole di terrorismo e di complicità nell’uccisione di numerosi israeliani da un tribunale di Tel Aviv. Il ministro degli esteri israeliano Silvan Shalom ha detto che Barghuti «ha le mani sporche del sangue di israeliani e perciò non sarà mai liberato».
Secondo i risultati ufficiosi della consultazione a Barghuti è andato il 96% dei voti, superando con enorme margine tutti gli altri 44 candidati. Risulta inoltre che le elezioni hanno visto la vittoria dei rappresentanti delle generazioni più giovani e di media età, a spese dei “vecchi” arrivati nei Territorio al seguito di Yasser Arafat. La pubblicazione dei risultati ufficiali è stata rinviata in seguito ad accuse di brogli elettorali. Barghuti, 46 anni, venne arrestato nell’aprile del 2002 a Ramallah, la sua città, durante l’Operazione “Muraglia di difesa” che vide le forze armate israeliane rioccupare tutti i principali centri abitati in Cisgiordania, in seguito ad una ondata di sanguinosi attentati suicidi, rivendicati dalle organizzazioni armate dell’Intifada, che avevano fatto decine di morti. Al termine del processo a Tel Aviv durato quasi due anni e seguito con attenzione anche all’estero, il dirigente palestinese venne condannato a cinque ergastoli perché ritenuto il mandante di attacchi armati costati la vita a civili e soldati israeliani.
Accuse che Barghuti ha respinto in tutte le udienze, affermando di essere «solo un leader politico e non militare». Aveva però ribadito il diritto dei palestinesi di ribellarsi, anche con le armi, contro le forze israeliane che occupano Cisgiordania e Gaza. Sulla questione di Gerusalemme è tornato a parlare ieri il vicepresidente della Commissione Ue Franco Frattini, responsabile per la giustizia, la sicurezza e l'immigrazione, secondo il quale «nel valutare il futuro di Gerusalemme est e la politica di Israele su tale delicato punto, l’Unione europea deve agire con molta cautela».
Dopo le reazioni provocate dalla pubblicazione, da parte di alcuni giornali internazionali, di un documento preliminare sulla “città santa”, Frattini ha detto ieri di essere d’accordo con l’Alto rappresentante Ue per la politica estera e la sicurezza, Javier Solana. «In un momento così decisivo come quello dell’apertura del valico di Rafah e del trasferimento dei poteri di sicurezza all’Autorità nazionale palestinese - ha detto Frattini facendo - In un momento in cui il primo ministro Ariel Sharon si è giocato tutto su questa partita, è estremamente necessaria la prudenza prima di approvare un documento del genere».
Il documento in questione, chiamato “East-1”, abbreviato “E-1”, è un vasto progetto edile che rischia di mettere a confronto la diplomazia israeliana con quella europea. Si tratta della zona compresa fra l’area municipale di Gerusalemme (inclusa Gerusalemme est, annessa da Israele in seguito alla guerra del 1967) e la città-colonia di Maaleh Adumim, 30 mila abitanti. “E-1” rappresenta tutt’ oggi una specie di cordone ombelicale che collega la zona di Ramallah (Cisgiordania nord) con Betlemme (Cisgiordania sud). Ad “E-1” che di fatto diventerebbe una nuova colonia in Cisgiordania il governo israeliano intende costruire 3.500 nuove unità abitative. Quando ciò fosse realizzato, e quando la barriera attorno alla città fosse completata, i 230 mila palestinesi di Gerusalemme est si troverebbero fisicamente separati dalla Cisgiordania, la quale a sua volta sarebbe troncata in due spezzoni. Secondo i palestinesi queste e numerose altre iniziative israeliane a Gerusalemme est non possono certo conciliarsi con il tracciato di pace, e devono cessare subito.
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