19-12-05. Egitto: le elezioni parlamentari e l’affermazione della Fratellanza Musulmana. Nonostante siano ufficialmente esclusi dalla vita politica del paese, i Fratelli Musulmani sono riusciti a conquistare 88 dei 454 seggi del parlamento egiziano in palio nelle ultime elezioni legislative.
Questo nonostante la forte ondata di repressione e di arresti che hanno colpito il gruppo nelle scorse settimane e dei brogli segnalati da più parti a favore del NDP, il partito legato a Mubarak. Questa affermazione, avutasi in un momento in cui il sistema politico egiziano vive una forte crisi di legittimità, apre più di un interrogativo sul futuro del paese e sulla sua stabilità.
Nelle tre tornate delle elezioni parlamentari tenutesi in Egitto nel corso delle scorse settimane i candidati legati ai Fratelli Musulmani, associazione considerata illegale in Egitto sin dal 1954, sono andati oltre le previsioni di molti osservatori, conquistando 88 seggi, risultato che tradotto in termini di percentuali elettorali significa che la Fratellanza Musulmana è riuscita a coagulare intorno a sé tra il 20 ed 25% dei voti espressi.
Questo risultato pone la Fratellanza Musulmana come la più importante tra le forze di opposizione del paese. Il dato elettorale deve essere certamente letto ed analizzato alla luce della scarsa affluenza alle urne, calcolata al 26%. Ciò significa indubbiamente che i Fratelli Musulmani hanno sì un importante seguito ed un forte radicamento nel paese, ma che essi non rappresentano quell’ondata islamista destinata a travolgere l’Egitto nei prossimi mesi, cosa che taluni osservatori avevano prospettato in seguito ai risultati delle prime due fasi delle elezioni.
Il lascito politico delle elezioni egiziane
Le elezioni legislative egiziane hanno rilevato l’esistenza di alcuni fattori di estrema rilevanza per comprendere l’attuale fase politica che vive il paese. Essi sono principalmente:
- La bassissima affluenza alle urne, che dimostra l’esistenza quantomeno di una sorta di apatia collettiva nei confronti del processo elettorale e più in generale di disaffezione nei confronti della politica.
- L’affermazione perentoria della Fratellanza Musulmana. Formalmente esclusa dal sistema politico egiziano, che vieta l’esistenza di partiti basati sulla religione, nonostante ciò questa formazione è risultata la vera vincitrice di queste elezioni egiziane. Nonostante la loro retorica democratica, sviluppatasi in particolare nel corso degli ultimi mesi in vista di queste elezioni, i Fratelli Musulmani sono considerati ancora oggi come i sostenitori di una re-islamizzazione profonda, radicale e dal basso della società egiziana, e sintetizzata nel loro slogan “l’Islam è la soluzione.” Nonostante la retorica liberale e democratica che ha caratterizzato i discorsi elettorali del gruppo dirigente di Al-Ikhwan al-Muslimiin negli ultimi mesi, si pone più di un dubbio sulla autenticità di queste posizioni moderate espresse dalla leadership dei Fratelli Musulmani, che vengono considerate in realtà un modo per edulcorare le proprie posizioni ideologiche radicali.
- L’impotenza e l’incapacità di mobilitazione e di riscuotere consenso delle forze liberali, riformiste e secolari del paese. I risultati di questo voto, che sostanzialmente hanno dimostrato come il sistema politico egiziano si sia polarizzato intorno ai due schieramenti rappresentati da Mubarak e dal suo partito e dalla Fratellanza Musulmana, hanno sottolineato la marginalità complessiva di questo blocco di forze, che non sono riuscite a far presa sull’elettorato del paese.
- La crisi del National Democratic Party, il partito politico legato al presidente egiziano Hosni Mubarak la cui presenza in parlamento, nonostante continui ad essere molto forte, è stata fortemente ridimensionata. Il dato risalta ancora di più qualora si sottolinei la circostanza per la qule fino ad oggi, di fatto, il NDP è stato l’unico partito del sistema egiziano ed il principale gestore del potere. Gestire il potere e per di più farlo in un sistema fino ad oggi fortemente bloccato e chiuso come quello egiziano significa creare una fittissima e sfuggente rete di clientele e di rapporti tramite l’elargizione di prebende e favori. Se, nonostante questi elementi, il partito legato a Mubarak è uscito fortemente ridimensionato dall’esito delle urne significa che questo sistema costruito sul potere mostra più di un segnale di forte crisi e di scoramento.
Questa pluralità di fattori, se legati insieme, dimostrano in maniera fortemente marcata che il sistema politico egiziano sta attraversando un’importante crisi di legittimità e si caratterizza per una forte instabilità, nella quale si assiste ad un processo di polarizzazione dello spettro politico nazionale, con l’avanzata delle forze radicali e la tenuta, anche alquanto debole, delle forze attualmente al potere. Essi divengono quindi i due principali poli di attrazione politica. In questo contesto si assiste altresì alla marginalizzazione progressiva degli elementi politici più laici e liberali del panorama politico del paese, che scontano la mancanza di radicamento nel tessuto sociale egiziano e che rappresentano solamente delle piccole avanguardie urbane incapaci di coagulare consenso nella società egiziana più profonda.
Le motivazioni dell’affermazione dei Fratelli Musulmani
Gli eletti formalmente indipendenti, ma che di fatto sono riconducibili ai Fratelli Musulmani, sono 88. La presenza del gruppo islamista in parlamento è così cresciuta in maniera considerevole rispetto ai 15 deputati avuti nella scorsa. L’affermazione della Fratellanza si deve innanzitutto al suo forte e capillare radicamento nel tessuto sociale egiziano. Essa, come fanno molti altri gruppi islamici presenti in Medio Oriente, come ad esempio Hamas nei territori palestinesi, offre non solo un rifugio identitario a molti giovani dei suburbi e delle campagne, ma funge anche da catalizzatore di consensi anche e soprattutto grazie ai sistemi di welfare locale e all’assistenza pratica che offre a molte famiglie, con l’elargizione di servizi scolastici, sanitari e di sussidi economici. Inoltre la Fratellanza Musulmana è molto attiva e presente nella vita associativa egiziana, in particolare nei vari ordini professionali, dove molti medici, avvocati e professionisti sono legati all’associazione, con molti di questi professionisti che fungono anche da sostegno finanziario al movimento. Nonostante il fatto che nell’ultimo decennio questa presenza è stata ridimensionata per volere del governo, la presenza di queste reti di relazioni consentono un profondo radicamento nella società da parte dei Fratelli Musulmani, che riescono così a farsi interpreti delle istanze più sentite da una buona fetta di popolazione. Questo radicamento è anche più profondo e capillare di quello che riesce ad avere il NDP di Mubarak, poiché ha sì costruito negli anni al potere un’importante rete clientelare nel paese, ma essa è diretta emanazione del potere ed inevitabilmente è una variabile ad esso legato. Qualora questo potere dovesse crollare, o quanto meno diminuire, anche questa capacità di condizionamento della società sarebbe fortemente compromessa, cosa che invece non accadrebbe alla capacità di creare consenso dei Fratelli Musulmani, che appaiono invece fortemente legati al sentire comune del paese profondo, non solo da un punto di vista dei bisogni materiali ma anche e soprattutto per ciò che concerne i bisogni spirituali e ideologici.
La capacità di coagulare consenso intorno al proprio progetto deriva inoltre dall’esistenza di un importante fattore sistemico legato inestricabilmente a questa capacità del gruppo di interpretare il paese profondo: l’importanza che nel corso di questi decenni ha assunto la religione nel dibattito politico egiziano. L’elemento religioso è stato visto dai tre Rais che si sono succeduti al potere nel corso degli ultimi cinquanta anni come un elemento di legittimazione e di consenso dell’élite al potere, nonostante Nasser, Sadat e Mubarak abbiano definito la loro identità politica in termici laico nazionalistici. Questo richiamarsi alla religione, strumentalizzandola ai fini dell’acquisizione del consenso e favorendo la diffusione di tematiche e dibatti a carattere religioso attraverso i media hanno portato alcuni autori a parlare di “istituzionalizzazione dell’attivismo islamico”, nonostante nel paese viga dal ’77 una legge che vieti la costituzione di partiti politici a base religiosa. La presenza del tema religioso nel dibattito pubblico non ha fatto altro che creare una sorta di humus adatto alla crescita e allo sviluppo della Fratellanza Musulmana come movimento di massa.
Inoltre la politica alcune volte schizofrenica attuata nel corso degli anni sia da Sadat sia da Mubarak nei confronti dei Fratelli Musulmani e più in generale dei movimenti di ispirazione islamica, che alternava fasi di tacita o addirittura dichiarata collaborazione a momenti di scontro e di fortissima repressione, non ha fatto altro che radicalizzare lo scontro tra il potere e questi gruppi, che sono stati e continuano a tutt’oggi ad essere una forte calamita per molte fasce sociali del popolo egiziano, dove tra l’altro la Fratellanza Musulmana viene percepita come un movimento onesto e solidale, modello contrapposto alla corruzione che regna nell’imponente apparato pubblico e nella politica egiziana.
Il loro programma: radicalismo ammantato di retorica democratica?
Nel periodo pre-elettorale i leader dei Fratelli Musulmani hanno sottolineato in più di un’occasione quali sono le loro priorità politiche: porre fine alla legge d’emergenza che vige nel paese in seguito all’assassinio di Sadat del 1981, liberalizzare i partiti politici, rilasciare i prigionieri politici, prevenire le torture, salvaguardare i diritti umani e di governare la società tramite la legge islamica ma declinata in un modo moderno e diverso, dove anche le minoranze non islamiche vengano salvaguardate nei loro diritti. Il carattere così fortemente democratico e liberale di questi proposte ha colto di sorpresa molti osservatori, poiché non sono propriamente questi i temi che nel passato nel passato le proposte politiche di un movimento che si rifà completamente all’Islam puro dei primordi e ad una visione della società governata dalla Sharia. Le possibili spiegazioni di questo atteggiamento possono essere due:
Rassicurare, tramite questa retorica, le minoranza del paese(si pensi ad esempio ai Copti Cristiani), i cittadini che non si riconoscono nel loro movimento e gli osservatori internazionali che guardano con malcelato sospetto ad una forte crescita del movimento, temendo una eventuale presa del potere da parte del gruppo.
La consapevolezza che, per un movimento così radicato nella società, la democrazia può essere un bene, poiché darebbe loro la possibilità di avere più peso nel sistema politico egiziano, e come in qualche misura già queste elezioni, anche se lontane dai crismi democratici delle elezioni stampo occidentale, hanno dimostrato.
Più di un dubbio però rimane sulle reali volontà di questo movimento, poiché in più di un’occasione i leader del movimento sono stati vaghi nell’esplicitare come verrebbe implementata in concreto questa applicazione moderna della Sharia, quali sarebbero stati i diritti delle donne in un paese guidato da loro e quali sarebbero state le garanzie politiche sulla libertà politica e religiosa.
Conclusioni
Queste elezioni hanno mostrato, in maniera molto più marcata di quanto ci si potesse attendere, la forza della Fratellanza Musulmana. Il dato, come sottolineato in precedenza, va letto anche in relazione alla scarsa affluenza alle urne, ma questo non nasconde come essi siano gli unici, allo stato attuale delle cose, capaci di assurgere a principale forza di opposizione al Raìs Mubarak. In un sistema che attraversa una forte crisi di legittimità e caratterizzato da tenui aperture democratiche, provocate più da pressioni esterne che da un processo interno di maturazione del sistema, la forza e la capacità di creare consenso dei Fratelli Musulmani non va sottovalutata, soprattutto nell’ottica di una prossima transizione dal regime attuale guidato dal vecchio Mubarak ad uno di tipo diverso. La loro affermazione e il contemporaneo crollo verticale dell’opposizione di stampo laico e liberale dimostra altresì come, in un eventuale regime democratico rappresentativo, la loro capacità di sintonizzarsi sui bisogni reali del paese e le loro reti di relazioni nel mondo dell’associazionismo e delle professioni, essi abbiano tutte le carte in regola per divenire forza di governo.
Il loro radicalismo ideologico, malcelato da una rapida e quantomeno sospetta conversione agli ideali democratici, appare però come un possibile freno alle loro ambizioni politiche poiché, come dimostrato dal caso algerino negli anni ’90, molte delle grandi potenze internazionali non sono disposte a vedere gruppi radicali islamici al potere, in particolar modo in un paese fondamentale per l’intero Medio Oriente come l’Egitto, ed è quindi probabile che vi siano delle fortissime pressioni esterne affinché ciò non si realizzi. Su queste paure Hosni Mubarak cercherà di far leva per quantomeno ritardare il processo, in realtà attualmente molto labile, di democratizzazione reale del paese, proponendo egli stesso e i suoi uomini, all’esterno, come coloro capaci di arginare una possibile deriva islamista del potere egiziano.
Dario Cristiani
Equilibri.net (19 dicembre 2005) |