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Champollion: i geroglifici svelati

Jean-Francois Champollion Benché Champollion non fosse ancora trentenne, il suo interesse per i geroglifici risaliva a quasi due decenni prima, e non era mai venuto meno. Tutto era cominciato nel 1800, quando il matematico francese Jean-Baptiste Fourier, uno dei «pechinesi» della spedizione egiziana di Napoleone, aveva mostrato a Champollion, allora un ragazzino di dieci anni, la sua collezione di reperti dell’antico Egitto, molti dei quali recavano strane iscrizioni. Fourier aveva spiegato che nessuno era in grado di interpretare quei bizzarri caratteri, e il ragazzino aveva promesso che un giorno egli avrebbe svelato il mistero. A diciassette anni, Champollion aveva presentato un lavoro dal titolo "L’Egitto sotto i faraoni".

Esso fu giudicato così innovativo che l’autore fu subito chiamato all’Accademia di Grenoble. Informato che da quel momento era un cattedratico di neanche vent’anni, il neo-professore era svenuto per l’emozione. Champollion continuò a sbigottire i colleghi per la padronanza del latino, del greco, dell’ebraico, dell’etiope, del sanscrito, dello zendo, del pahlevi, dell’arabo, del siriaco, del caldeo, del persiano e del cinese, da lui considerati poco più che una preparazione alla battaglia decisiva, quella per la decifrazione dei geroglifici. Il grado della sua ossessione è illustrato da un episodio del 1808, quand'egli incontrò per strada un vecchio amico. Questi accennò casualmente al fatto che Alexandre Lenoir, un noto egittologo, aveva pubblicato una decifrazione completa dei geroglifici. La notizia sconvolse tanto Champollion che egli cadde svenuto all'istante. A parte che egli sembra aver sofferto di una strana tendenza agli svenimenti, è chiaro che essere l’uomo che avrebbe decifrato la scrittura dei faraoni dava un senso all’intera sua esistenza. Per sua fortuna, la decifrazione del Lenoir non era meno fantasiosa di quella realizzata da Kircher nel XVII secolo, e la sfida restava aperta.

Nel 1822 Champollion applicò l’approccio di Young ad altri cartigli. Il naturalista britannico W. J. Bankes aveva fatto trasportare un obelisco nel Dorset, e aveva pubblicato proprio in quel periodo una litografia delle sue iscrizioni bilingui, compresi i cartigli di Tolomeo e Cleopatra. Champollion ne ottenne una copia, e assegnò valori fonetici a ciascun segno (Tavola 15).

Tavola 15 clic per ingrandire Le lettere p, t, o, i e d e sono comuni ai due cartigli; in quattro casi hanno lo stesso valore fonetico in «Tolomeo» e in «Cleopatra», mentre solo in un caso, quello di t, c’è discrepanza. Champollion presumette che il suono t potesse essere espresso da due simboli, così come il suono c duro può essere espresso da c in «casa» e da k in «killer». Spronato dal successo,

provò ad affrontare cartigli privi di versione in altra lingua, sostituendo ove possibile i valori fonetici ricavati dai nomi di Tolomeo e Cleopatra. Il suo primo cartiglio misterioso (Tavola 16) conteneva uno dei più grandi nomi dell’Antichità.

Tavola 16 clic per ingrandire Pareva evidente a Champollion che il vocabolo, che sembrava leggersi (a-l-?-s-e-?-t-r-?), stava per il nome Alksentrs - Aléxandros in greco, Alessandro nella forma italianizzata. Sembrava anche chiaro che gli scribi non avessero simpatia per le vocali, che omettevano appena possibile, pensando probabilmente che il lettore non avrebbe avuto difficoltà a colmare le lacune. Con due geroglifici in più nel carniere, il giovane studioso esaminò altre iscrizioni e decifrò una serie di cartigli. Ma questi progressi costituivano un mero ampliamento del lavoro di Young. I nomi incontrati fin li, come Alessandro e Cleopatra, erano pur sempre stranieri, quindi non in grado di smentire l’ipotesi che il sistema fonetico fosse usato solo per termini estranei al lessico propriamente egiziano.

Poi, il 14 settembre 1822 Champollion ricevette reperti provenienti dal tempio di Abu Simbel, con cartigli di epoca pre-classica. La loro importanza stava appunto nell'essere abbastanza antichi da contenere nomi egiziani tradizionali; tuttavia essi sembravano scritti un suono per volta, a smentita della teoria che la scrittura fonetica fosse impiegata solo per i nomi stranieri. Champollion si concentrò su un cartiglio contenente solo quattro simboli: I primi due erano sconosciuti (un cerchio con un dentro un secondo cerchio più piccolo e una specie di treccia/matassa), ma la coppia conclusiva, i due bastoni ricurvi da pastore rappresentavano il suono s, come risultava dal cartiglio di Alessandro (Alkscntrs). In altre parole, il cartiglio era da leggere (?-?-s-s). A quel punto lo studioso francese mise a frutto la sua straordinaria erudizione. Anche se il copto, discendente diretto dell’antico egiziano, era una lingua morta dall’XI secolo, esso aveva continuato a esistere in forma “fossile” nella liturgia della Chiesa cristiana copta. Champollion lo aveva imparato da adolescente, e lo conosceva così bene da averlo talvolta usato per scrivere brani del suo diario. Ma non aveva mai pensato, fino a quel momento, che proprio il copto potesse essere la lingua dei geroglifici.

Champollion si chiese se il primo geroglifico del cartiglio, dalla forma di disco: O, potesse essere un semagramma che rappresentava il sole — in altre parole, se fosse un simbolo del concetto «sole». D’un tratto, Con un colpo di genio, pensò che il valore fonetico del semagramma potesse essere quello della parola copta RA, che significa sole. In tal caso, la sequenza del cartiglio si doveva leggere (ra-?-s-s), e c’era un solo nome di faraone che le si avvicinasse. Tenendo conto dell’irritante omissione delle vocali, e ipotizzando che il suono mancante fosse m, il faraone in questione non poteva essere che Ramses, uno dei più grandi e antichi sovrani d’Egitto. Il mistero era risolto: anche nomi arcaici, e che non si potevano considerare stranieri, erano espressi in forma fonetica. Champollion irruppe nell'ufficio del fratello gridando "Je tiens l’affaire!" (L’ho in pugno!), ma ancora una volta il suo corpo non resse all'emozione. Perse conoscenza, e fu costretto a letto per cinque giorni.

Champollion aveva dimostrato che gli scribi a volte utilizzavano il principio del rebus. A chi non ne avesse mai fatti, ricordo che il principio del rebus consiste nello scomporre una parola o una frase in frammenti fonetici, che sono poi rappresentati da semagrammi con l’aggiunta di alcune lettere. Per esempio, la parola «piramidali» si potrebbe scomporre in pi - rami - d - ali; la seconda e la quarta sequenza fonetica si potrebbero rappresentare con l’immagine di due rami e con quella di due ali, mentre la prima e la terza si potrebbero esprimere con le lettere P e D. Nell’esempio scoperto da Champollion, solo la prima sillaba, ra, è rappresentata col metodo del rebus, per mezzo dell’immagine del sole; la parte restante della parola è espressa in modo fonetico.

L’importanza del semagramma del sole nel cartiglio di Ramses è enorme, perché svela in quale lingua si esprimessero gli scribi. Per esempio, di sicuro essi non parlavano l’italiano, perché in tal caso il cartiglio si sarebbe letto «Sole-me-ses», né l’inglese, perché in tal caso si sarebbe letto «Sunme-ses». La scritta acquista un senso solo ipotizzando che i suoi autori parlassero il copto, perché in questo caso il cartiglio si pronuncia «Ra-meses”, nome del celebre faraone. È questo il vero significato della cruciale intuizione di Champollion.

Anche se quello di Ramses era solo un nuovo cartiglio tradotto, la sua interpretazione gettava luce sui principi della scrittura geroglifica in generale. In primo luogo, essa aveva permesso di stabilire che la corrispondente lingua parlata era il copto. In secondo luogo, era chiaro che almeno alcune parole, come ra, «sole», erano rappresentate per mezzo di semagrammi, cioè di raffigurazioni stilizzate dell’oggetto. In terzo luogo, alcune parole lunghe erano costruite in tutto o in parte con la tecnica del rebus. Infine, per gran parte delle iscrizioni gli antichi scribi si servivano di un alfabeto fonetico abbastanza tipico. L'ultimo punto è il più importante, tanto che Champollion definì la fonetica «l’anima» dei geroglifici.

Grammaire Egyptienne Valendosi della sua padronanza del copto, Champollion compì una rapida e vittoriosa avanzata nel nuovo territorio linguistico, decifrando altre parole oltre ai cartigli, e in due anni l’opera di conquista poté considerarsi in gran parte compiuta. Egli aveva determinato i valori fonetici della maggior parte dei geroglifici, e scoperto che alcuni rappresentavano combinazioni di due e anche tre consonanti. Così, a volte gli scribi erano liberi di decidere se rappresentare una sequenza di suoni con più geroglifici col valore di una consonante, o con un solo geroglifico col valore di più consonanti. Champollion descrisse i suoi primi risultati in una lettera a M. Dacier, segretario permanente dell’Académie des Inscriptions. Poi, nel 1824, all'età di trentaquattro anni, espose le sue scoperte in modo sistematico nel libro intitolato Précis du Système Hiéroglyphique (Compendio del sistema geroglifico). Per la prima volta dopo quattordici secoli era possibile leggere la storia dei faraoni, così come i loro scribi l’avevano redatta. E i linguisti avevano l’opportunità di studiare l’evoluzione di una lingua e di una scrittura lungo un periodo di oltre tremila anni. Infatti, i geroglifici erano stati incisi, dipinti e letti dal III millennio a. C. al IV secolo d. C. Inoltre la loro evoluzione poteva esser messa a confronto con i testi ieratici e demotici, che ora erano anch'essi decifrabili.

Invidia e rivalità politiche fecero sì che per alcuni anni i magnifici risultati di Champollion non fossero universalmente apprezzati. Thomas Young [si veda Il ruolo di Young nella decifrazione dei geroglifici - parte1] fu un critico particolarmente astioso. In alcune occasioni negò che i geroglifici fossero in larga misura fonetici; in altre lo concesse, ma sostenne di averlo scoperto prima di Champollion, e accusò lo studioso francese di aver solo portato a termine un lavoro in gran parte già svolto. D’altra parte, l’ostilità di Young dipese anche dal fatto che Champollion non gli attribuì nessun merito, sebbene le intuizioni dell’inglese sembrino aver facilitato la sua decifrazione.

Nel luglio 1828 Chainpollion si imbarcò per il suo primo viaggio in Egitto, che durò diciotto mesi. Era una splendida occasione di osservare direttamente le iscrizioni fin lì studiate tramite disegni e litografie. Trent'anni prima, i membri della spedizione napoleonica avevano fatto ipotesi avventate sui simboli che adornavano i templi faraonici, ma ora egli era in grado di leggerli un carattere per volta, e di interpretarli correttamente. Il viaggio avvenne appena in tempo. Tre anni più tardi, dopo aver rivisto le note, i disegni e le traduzioni che ne aveva ricavato, lo studioso francese fu colpito da un grave ictus. Gli svenimenti dei quali aveva sofferto per tutta la vita erano forse sintomi di una patologia cronica, che gli intensi studi e le preoccupazioni avevano a poco a poco aggravato. Champollion si spense il 4 marzo 1832, a quarantun anni.

Nei due secoli trascorsi dalla scoperta di Champollion, gli egittologi hanno continuato ad accrescere le loro conoscenze sul sistema dei geroglifici, anche negli aspetti più intricati. La loro padronanza di questo idioma è ormai così completa che essi sono riusciti a interpretare alcuni testi geroglifici cifrati i quali, tra l’altro, sono tra i più antichi crittogrammi conosciuti. Alcune iscrizioni delle tombe faraoniche furono crittate con varie tecniche, compresa la cifratura per sostituzione. A volte simboli ad hoc erano impiegati al posto dei geroglifici tradizionali; in altri casi il posto di un geroglifico era preso da un altro simile nella forma, ma con un valore fonetico diverso. Per esempio la vipera cornuta, che di solito rappresenta f, rimpiazzava il serpente, che normalmente rappresenta z. Si ritiene che questi epitaffi crittati non fossero destinati a tenere all'oscuro il lettore non autorizzato, ma a risvegliare la curiosità del passante, che in tal modo si sarebbe soffermato davanti a una tomba cui altrimenti avrebbe dedicato solo un’occhiata distratta. Svelato il mistero dei geroglifici, gli archeologi decifrarono molte altre grafie antiche, come la scrittura cuneiforme, le rune turche dette KòkTurki, e l’alfabeto brahminico. La buona notizia per gli aspiranti Champollion è che alcune scritture di grande importanza, come quella degli Etruschi e quella della valle dell’Indo, attendono ancora di essere decifrate. Il principale ostacolo che si frappone al loro chiarimento la mancanza di cribs, cioè di qualunque corrispondenza con lingue note alla quale il solutore di codici possa aggrapparsi.

Nel caso dei geroglifici egiziani, i cartigli funsero da cribs, in quanto permisero prima a Young, poi a Champollion, di intuire la struttura fonetica nascosta sotto le immagini stilizzate. In mancanza di cribs la decifrazione delle lingue morte può apparire impossibile; ma ce n’è almeno una, e tra le più importanti, che fu tradotta senza il loro aiuto. Il lineare B, una scrittura mediterranea che risale all'età del bronzo, fu decifrato senza nessun involontario aiuto da parte dei suoi remoti utilizzatori. Le sole armi impiegate furono un mélange di logica e intuito, come nella miglior tradizione della crittoanalisi. Forse per questo, di tutte le decifrazioni archeologiche quella del lineare B è spesso considerata la più affascinante.

Codici e Segreti Pagine 214-220: Codici e Segreti - La storia affascinante dei messaggi cifrati dall'antico Egitto a Internet. Autore: Simon Singh. Editore: BUR.
Fin dall'antichità l'uomo ha pensato di creare codici segreti, sistemi di segni capaci di nascondere a occhi indiscreti un importante messaggio e rivelarlo solo ai destinatari. Al mondo misterioso dei codici è dedicato il libro di Simon Singh, che racconta con passione una serie di storie esemplari: quella di Maria Stuarda e del codice segreto che la condusse al patibolo; la macchina Enigma, usata dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale, il cui codice fu violato da Alan Turing; la decifrazione della Lineare B, la scrittura della civiltà micenea; la natura e la scoperta del codice genetico; l'elaborazione dei codici elettronici; la possibilità di inventare una crittografia a prova di decifrazione.


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