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Il ruolo di Young nella decifrazione dei geroglifici - parte2

Segue da: Il ruolo di Young nella decifrazione dei geroglifici - parte1
Si potrebbe pensare che se il contenuto delle altre due iscrizioni era identico, la decifrazione della scrittura geroglifica e di quella demotica sia stata quasi banale. C’erano, invece, tre ostacoli non trascurabili. In primo luogo, il blocco di basalto era in condizioni tutt’altro che buone, come mostra la figura 46. Il testo greco consiste di 54 righe, delle quali appaiono danneggiate le ultime 26; quello demotico di 32 righe, delle quali le prime 14 sono lese nella parte iniziale (si tenga presente che i caratteri demotici e geroglifici si succedono non da sinistra a destra, ma nella direzione opposta); infine, il testo geroglifico è quello in condizioni peggiori: metà delle righe mancano completamente, mentre le ultime 14 (corrispondenti alle ultime 28 del testo greco) sono leggibili solo in parte. Il secondo ostacolo era che le iscrizioni demotica e geroglifica rimandavano alla lingua dell’antico Egitto, che nessuno parlava da almeno otto secoli. Sarebbe quindi stato possibile collegare alcuni simboli egiziani ad alcune parole greche, e comprenderne il significato; ma non sarebbe stato possibile ricostruire il termine corrispondente della lingua parlata. In altre parole, il possibile valore fonetico dei simboli sarebbe rimasto un mistero. Infine, la persistente influenza di Kircher spingeva ancora gli archeologi a ragionare in termini di semagrammi anziché di fonogrammi, cosa che scoraggiava ulteriormente dal tentare una decifrazione fonetica.

Tra i primi a dubitare che i geroglifici fossero una forma dì pittografia fu l’inglese Thomas Young, scienziato poliglotta ed ex bambino prodigio. Nato nel 1773 a Milverton, nel Somerset, Young aveva imparato a leggere a soli due anni. A quattordici conosceva il greco, il latino, il francese, l’italiano, l’ebraico, il caldeo, il siriaco, il samaritano, l’arabo, il persiano, il turco e l’etiope. Iscrittosi all’Emmanuel College di Cambridge, la sua brillante intelligenza gli valse il soprannome di «Young il fenomeno)). Il corso di studi da lui scelto non verteva sulle lingue ma sulla medicina; pare, tuttavia, che s’interessasse molto alle malattie, e ben poco ai disgraziati che n’erano affetti. Gradualmente si dedicò alla ricerca, lasciando ad altri la cura degli infermi.

Young compì una serie di straordinari esperimenti medici, in gran parte destinati a chiarire il funzionamento dell’occhio umano. Accettò che la percezione del colore dipende da tre diversi tipi di recettori, ciascuno sensibile a uno dei tre colori primari. Poi, costringendo un occhio vivo in una serie di anelli metallici, dimostrò che la messa a fuoco delle immagini non richiede un cambiamento di forma dell’intero organo di senso, e comprese che essa dipende esclusivamente dalla lente interna al bulbo oculare. L’interesse per l’ottica lo spinse verso la fisica, e verso un’altra serie di scoperte. Pubblicò The Ondulatory Theory of Light (la teoria ondulatoria della luce), un classico sull'argomento, propose una nuova e più soddisfacente spiegazione delle maree, diede una definizione formale del concetto di energia, e scrisse monografie pionieristiche sull'elasticità. Young apparteneva alla categoria dì uomini geniali che sembrano in grado di arricchire qualunque disciplina, ma ciò non rappresentò per lui soltanto un vantaggio. La sua mente si lasciava affascinare dalle questioni teoriche con tale facilità che egli passava a un nuovo argomento prima di aver rifinito quanto aveva scoperto. Appena sentì parlare della stele di Rosetta, Young la considerò una sfida irresistibile.

Stele di Rosetta Nell'estate del 1814 andò in vacanza nella località balneare di Worthing, portando con sé una copia delle tre iscrizioni. Un’intuizione gli si presentò quando rivolse l’attenzione a un gruppetto di geroglifici circondati da una cornice dagli angoli arrotondati detta cartiglio. Egli pensò che l’artificio grafico servisse a sottolineare l’importanza, o la dignità, dei simboli in esso contenuti, e che questi potessero quindi corrispondere al nome del faraone Tolomeo, che compariva nel testo greco come Ptolemios.

tavola 13 clicca per ingrandire Se così era, Young avrebbe avuto un indizio importante sulla fonetica dei geroglifici, visto che il nome del faraone aveva buone probabilità di essere pronunciato più o meno allo stesso modo in qualunque lingua. Il cartiglio di Tolomeo ricorre sei volte sulla stele di Rosetta, sia nella versione detta «tipica», sia in una forma più lunga ed elaborata. Young pensò che la versione più lunga includesse titoli onorifici, perciò si concentrò sui simboli della versione tipica e tentò di stabilire i loro valori fonetici (Tavola 13).

Young dovette formulare varie ipotesi ausiliarie. Per esempio, la disposizione dei simboli sembrava guidata dall’estetica più che dalla fonetica. Gli scribi avrebbero cercato di evitare le lacune e di preservare l’armonia visiva dei geroglifici, cosa che spiega perché i simboli del quadrato piccolo e del semicerchio sono collocati uno sopra l’altro. A volte, gli scribi sovvertivano completamente l’ordine delle lettere in spregio di ogni logica fonetica, solo per aumentare il pregio estetico di un’iscrizione. Nonostante le incertezze che ne derivavano, si può vedere che Young riuscì ad attribuire i giusti valori fonetici alla maggior parte dei segni.Incoraggiato da quella prima decifrazione, lo studioso inglese scoprì un cartiglio in un’iscrizione copiata dal tempio di Karnak a Tebe, che egli sospettava corrispondere a Berenice, nome di una regina dell’Egitto tolemaico. Applicò di nuovo la sua strategia (Tavola 14): tavola 14 clicca per ingrandire

Complessivamente Young aveva identificato esattamente la metà dei geroglifici, e un altro quarto in modo almeno parzialmente corretto. Aveva individuato anche la desinenza femminile, posta al termine dei nomi delle regine e delle dee. In particolare, la presenza del geroglifico delle due piume in entrambi i cartigli avrebbe dovuto rassicurarlo quanto all'essere sulla buona strada, e spingerlo a compiere altre decifrazioni. Invece, all’improvviso il lavoro di Young si fermò. Si direbbe che la tesi di Kircher che i geroglifici fossero semagrammi si fosse impressa nella sua mente in modo indelebile, e che per lui fosse impensabile metterla radicalmente in discussione. Per giustificare la natura chiaramente fonetica delle sue scoperte, egli fece notare che la dinastia tolemaica era detta dei Lagidi perché discendeva da Lago, un generale di Alessandro Magno; in altre parole, si trattava di macedoni, non di egiziani. Secondo Young, i loro nomi erano scritti in forma fonetica perché, essendo di origine straniera, non avevano corrispettivi soddisfacenti nell’ambito del normale sistema geroglifico. Riassunse le sue opinioni al riguardo paragonando i geroglifici ai caratteri cinesi, che gli europei proprio in quel periodo cominciavano a comprendere:

È assai interessante ricostruire alcuni dei passi tramite i quali la scrittura alfabetica sembra esser derivata dalla geroglifica; un processo che in qualche misura è forse illustrato dal modo in cui il cinese moderno esprime una combinazione di suoni stranieri, i caratteri essendo resi semplicemente «fonetici» da un contrassegno appropriato, che li priva del significato naturale; questo contrassegno, in alcuni libri moderni realizzati col metodo della stampa, si avvicina molto all’anello che circonda i nomi geroglifici.

Young definì questi risultati «il passatempo di poche ore libere». Il suo interesse per i geroglifici svanì, ed egli diede forma compiuta al lavoro svolto fin lì riassumendolo in un articolo per il Supplemento del 1819 dell’Encyclopaedia Britannica.

Nel frattempo a sud della Manica un promettente giovane linguista, Jean-Franois Champollion, si preparava a trarre le logiche conseguenze dalle idee di Young.

Codici e Segreti Pagine 206-214: Codici e Segreti - La storia affascinante dei messaggi cifrati dall'antico Egitto a Internet. Autore: Simon Singh. Editore: BUR.
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