Enigma delle Piramidi - introduzione

L'Enigma delle Piramidi
L'Enigma delle Piramidi
Prefazione dell'ottimo libro di Kurt Mendelssohn – L’ENIGMA DELLE PIRAMIDI. Storia – Oscar Mondatori.
In questo libro Kurt Mendelssohn avanza una teoria rivoluzionaria sul significato delle Piramidi d'Egitto, maestose e suggestive ma, ai nostri occhi, estremamente inutili. Eppure esse dovevano essere considerate in una luce ben diversa dagli antichi Egizi, che le costruirono con fatica quasi incredibile pur senza godere di un immediato, evidente beneficio. Mendelssohn esamina la storia delle Piramidi, il problema se esse furono luoghi di sepoltura o cenotafi, e le leggi fisiche e statiche che ne regolarono la costruzione. Analizzando tutti questi elementi, e soprattutto la forma singolare della Piramide di Meidum, egli giunge alla soluzione finale dell'enigma: ciò che importò agli antichi Egizi non furono le Piramidi in sé ma la loro costruzione. Esse furono un fatto politico ed economico necessario alla formazione di uno stato centralizzato.

Laureatosi in fisica all'Università di Berlino con Planck, Nernst, Schródinger e Einstein, Kurt Mendelssohn nel 1933 si trasferì a Oxford dove ottenne per primo la liquefazione dell'helium. Membro della Royal Society dal 1951, è autore di numerosi libri e di oltre 200 saggi e articoli apparsi su riviste scientifiche.

Introduzione
Questo libro tratta di una scoperta scientifica. Io, che ho dedicato la mia vita alla scienza, l’ho scritto e composto come avrei fatto per presentare qualsiasi altra scoperta. L'esperienza dello scienziato pone delle limitazioni, alle quali non è di solito costretto lo storiografo. Innanzi tutto, lo scienziato deve guardarsi dal pericolo sempre presente di accostarsi ai suoi argomenti con teorie preconcette, che egli poi espone per provarne la correttezza. Per fortuna, nel presente caso questo pericolo non ci fu affatto, semplicemente perché non possedevo alcuna teoria sull'argomento. E il non avere alcuna teoria non era affatto strano dal momento che allora neppure conoscevo sufficientemente bene l'argomento.
Come spesso accade in un'indagine scientifica, tutto iniziò da un'osservazione casuale che, per quanto interessante e stimolante in se stessa, sembrò avere un'importanza limitata. Sebbene conoscessi perfettamente il grande enigma presentato dalle piramidi, soprattutto il problema del perché 5000 anni fa si fosse compiuto questo immenso sforzo, allora non ero affatto consapevole che la mia osservazione casuale avrebbe potuto fornirne la chiave e neppure pensavo che avrei potuto eventualmente contribuire alla sua soluzione. Del resto, una scoperta scientifica di solito non è, come molti immaginano, un'improvvisa intuizione, nella quale si rivela, in un istante glorioso, l'intera verità. Nel novantanove per cento dei casi si tratta di un procedimento lento e spesso laborioso, molto simile a una storia poliziesca, in cui si devono pazientemente mettere assieme gli indizi ed eliminare molte false tracce.

Proprio come nel caso di una storia poliziesca, il procedimento attraverso il quale lo scienziato raggiunge il risultato finale è per lui affascinante quanto lo stesso risultato. Certamente, il risultato deve rimanere lo scopo ultimo, ma gran parte della soddisfazione sta proprio nel procedimento che ad esso conduce. È per questa ragione che, nel considerare il problema delle piramidi, io mi sono attenuto all'ordine cronologico dei diversi stadi che alla fine portano alla soluzione. Questo compito era per me, scienziato, oltremodo esaltante ed è proprio la gioia di tale stimolante ricerca che, più di ogni altra cosa, io vorrei il lettore condividesse con me.

C'è un altro motivo per registrare gli eventi nella loro sequenza cronologica. Per quanto sicuro possa essere lo scienziato di non aver commesso delle sviste nelle sue argomentazioni e conclusioni, nessuno sarà così presuntuoso da ritenere che le sue deduzioni siano infallibili. È pertanto essenziale che egli presenti una relazione completa del suo lavoro, che possa essere controllata a ogni istante.
La tesi presentata in questo libro è molto semplice.

Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
Piramidi Egizie
 

Le piramidi d'Egitto sono immensamente grandi, antichissime e — a detta di tutti — completamente inutili. Queste fantastiche montagne costruite dall'uomo, costituite nel loro insieme da più di venticinque milioni di tonnellate di calcare estratto da cave e con uno spazio interno assai limitato, furono innalzate in poco più di un secolo. Ciononostante, per quanto inutili esse ci possano apparire, devono essere state considerate estremamente utili dagli egizi, dal momento che essi, con una fatica incredibile, le costruirono. Nel corso della storia si fecero tentativi per spiegare la funzione delle piramidi come osservatori astronomici, granai, rifugi dalle inondazioni, luoghi in cui erano depositate profezie ispirate dalle divinità e perfino come opera di visitatori provenienti da altri pianeti.

L'evidenza archeologica, ad ogni modo, non lascia dubbi nel ritenere che le piramidi servirono come monumenti funerari degli antichi faraoni. Si discuterà più oltre se esse furono il luogo effettivo di sepoltura, come i più credono, o se fossero semplicemente dei cenotafi. Tutto ciò è, in ogni caso, di secondaria importanza per le nostre considerazioni. Rimane il fatto che tutti i ritrovamenti archeologici e letterari attestano l'esistenza di riti funerari e di una classe di sacerdoti dediti alle pratiche funerarie, in connessione con le piramidi. Sulla base di questa inevitabile conclusione, si doveva presumere che questa antica civiltà avesse mobilitato tutte le sue risorse e avesse convogliato l'intera manodopera disponibile per erigere niente di meglio che una gigantesca tomba reale. Tale assunto è reso ancora più difficile dal fatto che il periodo delle grandi piramidi fu relativamente breve e che, per molti secoli, sia prima che dopo, i faraoni furono sepolti con assai minore ostentazione e certamente con molto minor dispendio economico.

La nostra tesi è che la conclusione generalmente accettata, che le grandi piramidi siano cioè niente di più che tombe reali, può essere basata su un sottile errore logico. Ammettendo senz'altro che le piramidi servirono come mausoleo reale, ciò non significa necessariamente che questo fu il solo scopo della loro costruzione. Infatti, questo non fu probabilmente neppure lo scopo principale. E la scoperta di tale scopo principale è il soggetto di questo libro. Nessuna scoperta è isolata: essa è sempre basata su un insieme di conoscenze a cui essa deve adattarsi e a cui deve offrire un contributo originale. Nel nostro caso, questo insieme di conoscenze è costituito dall'egittologia. Per oltre un secolo, egittologi professionisti hanno scavato tombe e templi in Egitto, decifrato e tradotto iscrizioni parietali e testi di papiri, messo in relazione l'evidenza archeologica con quella scritta e documentata, costruendo in questo modo un quadro eccezionalmente vasto e approfondito della civiltà che si estinse migliaia di anni fa. Le ricerche accurate e le loro conclusioni sono racchiuse fino ad oggi in 20.000 tra volumi e periodici. Grazie a questa imponente massa di informazioni, sono stato in grado di studiare il complesso di nozioni che stanno alla base del mio lavoro sulle piramidi. Senza questa immensa mole di documentazione, messa insieme dagli egittologi, le mie stesse osservazioni non avrebbero alcuno scopo né significato.

Accingendomi a questo compito, fui compiaciuto nello scoprire che, tranne qualche bizzarra eccezione, gli egittologi non ebbero a risentirsi dell'intrusione di un estraneo in mezzo a loro. Al contrario, anzi, mi furono tutti di grande aiuto, spiegandomi con pazienza i tratti precipui della loro opera e guidandomi attraverso il labirinto delle pubblicazioni in materia. Il loro atteggiamento, di veri e attenti studiosi, è stato quello di accogliere benevolmente e di ascoltare lo scienziato nella speranza che egli potesse dare un contributo nel loro campo. Senza il loro apprezzamento dei miei sforzi e il loro entusiastico incoraggiamento al mio lavoro, questo libro non sarebbe stato mai scritto. E sono grato a questi studiosi non solo per il loro aiuto ma per avermi aperto così generosamente uno straordinario campo di studio.

Naturalmente è impossibile scrivere con competenza sulle piramidi e pensare di dare un contributo alla materia senza riferirsi al lavoro fondamentale condotto dagli egittologi. I primi tre capitoli offrono pertanto un'ampia descrizione del modo in cui il problema doveva essere affrontato e in ultimo risolto - spero correttamente. Dal momento che il nostro interesse riguarda esclusivamente i primi secoli della storia egizia, questo è l'unico periodo che doveva essere trattato. Ma anche così, quest'epoca non ha potuto essere analizzata a fondo, e si è dovuto restringere l'indagine a quegli aspetti che danno un apporto più diretto alla storia dei sepolcri faraonici. La maggior parte dei fatti di cui si tratta in questi capitoli di carattere storico sono stati attinti dalla letteratura egittologica, tranne alcune personali conclusioni e indagini, e i riferimenti ai costumi africani contemporanei, di cui io stesso sono responsabile.
Trattando delle piramidi d'Egitto, è inevitabile che il pensiero si rivolga anche alle grandi piramidi che furono costruite nell'America centrale. E abbastanza singolare che il tipo di sviluppo della piramide in Messico sia strettamente parallelo a quello avvenuto in Egitto. Anche qui ci troviamo di fronte a un primo periodo relativamente breve, nel quale furono erette gigantesche piramidi, preceduto e seguito da strutture alquanto più modeste. La nostra conclusione tenderà a chiarire le ragioni di somiglianza tra la costruzione di queste enormi piramidi e quelle innalzate in Egitto. Le sole differenze sono, innanzitutto, che la piramide egiziana ebbe la funzione di tomba mentre quella messicana servì per compiere sacrifici umani e secondariamente che le epoche di questi due tipi di piramidi sono separate tra loro da due millenni e mezzo. Fortunatamente ho avuto diverse occasioni di studiare le piramidi nella Valle del Messico e nello Yucatan prima di aver visto una piramide egiziana. In appendice c'è quindi un capitolo sulle piramidi nell'America centrale e sul loro rapporto con la nostra tesi generale.

Come molte storie poliziesche, anche questa ha inizio da una vacanza esotica. Dopo aver passato parte dell'inverno 1964-65 all'Università di Kumasi, nel Ghana, mia moglie e io pensammo che una breve vacanza al Cairo poteva facilitare il passaggio dal clima caldo-umido dell'Africa occidentale a quello invernale inglese. Avevamo viaggiato attraverso l'Egitto diversi anni prima e di tutti i tesori visti e i luoghi visitati, le piramidi avevano esercitato su di me un fascino particolare. Non mi interessavano né la loro antichissima età, né la loro dimensione, ma la combinazione dei due aspetti. Qui, quasi ai primordi della nostra civiltà, l'uomo aveva eretto una serie di monumenti così giganteschi che mai in seguito si tentò di realizzare, nella nostra orbita culturale, nulla di neppure vagamente simile alla loro grandezza. Pensai improvvisamente che qui, nella pianura desertica prospiciente il Nilo, l'uomo si era dato alla sua prima avventura tecnologica su vasta scala. Poiché non esisteva alcun archetipo, l'organizzazione del lavoro deve essere stata superba, per permettere di raggiungere con successo questo sorprendente risultato. Che cosa c'era dietro tutto questo e come fu ideato l'intero progetto? Sentivo il desiderio di ritornare in Egitto e di osservare più attentamente le piramidi.

Il viaggio di ritorno dall'Africa rappresentava una magnifica occasione; prima di lasciare l'Inghilterra, il professore di egittologia a Oxford, Jaroslav Cerny, mi diede gentilmente una presentazione per il direttore dell'Antiquities Service del Cairo. Quest'ultimo mi ricevette gentilmente e mi accomiatò con uno straordinario documento scritto in arabo, che non comprendevo ma che, come capii in seguito, raccomandava ai custodi degli antichi monumenti di darmi tutto l'aiuto di cui potevo aver bisogno. I custodi delle più remote piramidi erano di solito una coppia di beduini con bracciali di riconoscimento e due fucili in spalla. Per ovviare all'inconveniente della lingua, noleggiammo presso un'agenzia una guida che conosceva bene i monumenti in questione. Il suo nome era Alì e sul biglietto da visita era indicato come assistente presso il Museo del Cairo. Il suo compito era quello di trovarci un autista di fiducia e una macchina efficiente e fummo sorpresi quando apparve Alì, pronto per la spedizione, in abito nero, colletto bianco e cravatta a righe. Egli ci guidò con competenza alle piramidi di Dahshur ma rimase meravigliato nel vederci decisi ad arrampicarci entro questi edifici. Aveva già contattato i beduini, brandendo i nostri documenti e sottolineando la sua importanza nell'impresa. Ordinò loro di portarci all'interno delle piramidi. I beduini però si presero la rivincita, spiegando ad Alì che, essendo lui responsabile dei suoi ragguardevoli ospiti stranieri, avrebbe dovuto accompagnarli dovunque li portasse il loro sconsiderato desiderio. Gli indicarono gentilmente una scala a pioli, assai pericolosa a vedersi, che portava 12 metri più in alto, all'entrata della Piramide "romboidale". Alì era grasso, accaldato nel suo abito scuro ed evidentemente soggetto a vertigini, ma doveva andare! Dentro la piramide si stava ancor peggio, c'era più caldo e un buio profondo, rotto soltanto dalla luce della nostra torcia elettrica. C'era poi un'altra scala a pioli, meno resistente, alta 12 metri e che portava alla stanza superiore, sulla quale Alì si trovò nei pasticci e io dovetti spingerlo per poter salire. Al ritorno, i beduini rischiararono il percorso a mia moglie, ma quando indicai loro Alì, che era rimasto in cima, tremante per le vertigini, la fatica e probabilmente la superstizione, i beduini scrollarono le spalle e passarono oltre. Infine, io riuscii a facilitargli la discesa, ma, per mutuo consenso, questo fu il primo e ultimo viaggio in cui avemmo Alì come accompagnatore.

Uno dei miei principali obiettivi era quello di visitare la piramide di Meidum, l'unica tra le grandi piramidi che non avevo visto nel mio primo viaggio. Essa sorge un po' isolata dal resto delle altre grandi piramidi, a più di 50 km. a sud di Saqqara. La sua mole imponente è accresciuta in modo singolare dal suo stato gravemente danneggiato. La parte centrale quadrata, alta 40 metri, si alza ripidamente come una torre con un'inclinazione delle facce di oltre 70° rispetto all'ammasso di detriti circostante. Flinders Petrie e il Borchardt hanno spiegato la rovina come dovuta all'azione dei ladri di pietra. In una delle sue pubblicazioni, il Petrie ricorda che i fellahin venivano con asini per trasportare via il calcare. Ma su questo problema ritorneremo in seguito, quando prenderemo in esame la vera natura dello stato rovinoso della piramide.

La mia reazione personale era che qualcosa non andasse, ma cosa esattamente, non ne avevo idea. Si sono asportate pietre da tutte le piramidi, particolarmente da quelle vicine al Cairo, dove era necessario materiale da costruzione a buon mercato ma durevole. Anche così, però, nessuna delle piramidi di Giza ha perso la sua forma originale, mentre qui, nella solitudine di Meidum, senza che sorgessero mai grandi città nelle vicinanze, un'enorme piramide ha subito una ben peggiore distruzione. Qualcosa non andava, ma non avendo ancora nessun indizio del perché di tale incoerenza, feci ricorso al metodo dello scienziato in simili casi: raccogliere dati. Esso consisteva nell'usare quasi indiscriminatamente la mia macchina fotografica, registrando tutto ciò che mi veniva in mente, nella speranza che alcune di queste foto si dimostrassero utili — magari in seguito. Non avevo nessuna idea chiara di quando e come poter usare in un futuro tali foto. Dopotutto ero in vacanza e sapevo che al mio ritorno in patria avrei avuto da affrontare un sacco di problemi e nessuno connesso in qualche modo con le piramidi e gli interrogativi ad esse relativi.

Più tardi, nell'ottobre del 1966, nel piccolo villaggio gallese di Aberfan, avvenne un disastro che scosse il mondo. Dopo piogge insistenti, la cima della collina di una grande miniera cominciò a smottare, seppellendo nello spazio di pochi minuti una scuola con 116 bambini. Improvvisamente capii che questo era quanto avevo trascurato a Meidum. Era venuto il tempo di tirar fuori la mia documentazione fotografica e di esaminarla attentamente.