Le piramidi dell'Antico Egitto

Le piramidi dei costruttori di piramidi

Scoperte le tombe dei capimastri di Giza e quella di un celebre ambasciatore di Ramsete II. Le piramidi egiziane non le costruirono gli extraterrestri, ma operai e capimastri del tutto umani. Questa è una realtà mai messa in discussione né dagli archeologi, dagli egittologi, né dal comune buon senso, ma da qualche anno veniamo ammorbati da ciarpame fantarcheologico che riesce ad abbindolare i più ingenui. Per questo, la scoperta a poca distanza dalle celebri piramidi di Giza, di due piccole piramidi in cui vennero sepolti i capi mastri che lavorarono alla costruzione, delle sepolture dei primi faraoni, merita un'attenzione speciale. Le due piccole piramidi misurano una trentina di metri di lato, vennero realizzate in mattoni e completate con un rivestimento di blocchi di calcare.

Le piramidi di Giza
Le piramidi di Giza

All'interno delle strutture vi sono raffigurazioni di personaggi vestiti con abiti molto semplici, simili ai camicioni (galabia) utilizzati tutt'oggi dagli egiziani, e iscrizioni con le qualifiche dei defunti: «Supervisore dei lavori della parte occidentale delle piramidi» e «capo degli operai».

La scoperta dimostra comunque che la struttura a piramide non fu una prerogativa esclusiva delle sepolture dei faraoni, ma venne impiegata anche per le tombe di «tecnici» orgogliosi del loro lavoro. Zahi Hawas, direttore delle antichità egizie della piana di Giza, ha annunciato anche la scoperta, effettuata da una missione archeologica francese (in una località mantenuta segreta), della tomba di Natsharumes, direttore della tesoreria di Ramsete II, ritenuto uno dei grandi negoziatori egizi che parteciparono alle trattative di pace tra la corte egiziana e quella ittita dopo l'incerta battaglia di Qadesh, che non aveva risolto lo scontro politico militare tra le due potenze del momento.

Dopo lunghe trattative l'accordo venne registrato dagli ittiti su una tavola d'argento incisa in lingua accadica (la lingua internazionale dell'epoca) e conservato negli archivi del re Hattusili III; la copia egiziana venne depositata negli archivi del faraone. L'accordo, stipulato nel 1268 avanti Cristo, venne suggellato da un matrimonio tra la principessa ittita Maet-neferu, figlia di Hattusili, e Ramsete II, già sposato con Nefertari.

Il testo del trattato si compone di una premessa (diversa nelle due versioni perché ciascun Paese volle vantarsi di aver costretto l'altro all'accordo), si compone di 19 clausole che vennero lungamente elaborate dagli ambasciatori ittiti (tra cui un certo Tartesùb) e quelli egiziani (tra cui un tale Ramès e probabilmente Natsharumes).

Tra le clausole più interessanti vi sono quelle relative alla non aggressione, all'alleanza difensiva davanti a un eventuale attacco esterno, al rispetto dei reciproci confini, all'estradizione dei fuoriusciti politici (con la salvaguardia della vita degli estradati e i quella dei loro familiari), e quella del valore legale dei trattati già esistenti, negando quindi alla guerra — se scatenata in violazione dei trattati esistenti — la capacità di creare uno stato di diritto. Quest'ultima clausola afferma un principio di grande valore morale, che però la storia ha sempre disatteso.

Il trattato dimostra ampiamente quanto fosse articolata e complessa la diplomazia dell'epoca egizia, che già vantava una lunga tradizione.
I molti testi di accordi politico-commerciali tra le grandi potenze della Mesopotamia, dell'Egitto e dell'Anatolia testimoniano l'opera di grandi diplomatici come Mani, il più celebre degli ambasciatori egizi, e i mitannici Kharamassi, Pirizzi e Gilia, il negoziatore straniero più gradito alla corte dei faraoni.