Hatshepsut la donna che fu faraone

L'albero genealogico di Hatshepsut

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Molti dubbi gravano ancora sugli inizi del Nuovo Regno, ma si sa che all'epoca in cui nacque Hatshepsut l'Egitto stava diventando sempre più potente. Ahmose, fondatore della XVIII dinastia e forse nonno di Hatshepsut, aveva scacciato dal regno gli Hyksos, formidabili invasori che per due secoli avevano occupato la bassa valle del Nilo.

Quando Amenhotep I, figlio di Ahmose, non riuscì ad avere un figlio maschio che gli succedesse al trono, la stirpe reale avrebbe accolto al suo interno, grazie al matrimonio con una principessa, un temibile generale di nome Thutmose. Hatshepsut era la figlia maggiore di Thutmose e della sua “grande sposa reale”, la regina Ahmose, probabile discendente diretta del re Ahmose. Thutmose, però, ebbe anche un figlio maschio da una moglie secondaria e fu proprio questi, Thutmose II, a ereditare la corona alla morte del padre. Ricorrendo a un sistema diffuso per rafforzare la stirpe, Thutmose II sposò la sorella Hatshepsut ed ebbe da lei una figlia; ma fu Iside, una sposa di secondo rango, a dargli 1'erede maschio che Hatshepsut non riuscì a partorire. Thutmose II non regnò a lungo, e quando fu ucciso da quella che, stando ad alcune TAC effettuate 3.500 anni dopo, sembrerebbe essere una cardiopatia, il suo erede Thutmose III era ancora un ragazzino. Allora, secondo un antico uso, Hatshepsut assunse il potere come reggente. Ebbe inizio così uno dei periodi più interessanti della storia d'Egitto.


All'inizio Hatshepsut agì in nome del figliastro fu attenta a rispettare le convenzioni in base alle quali le regine precedenti avevano gestito il potere mentre i giovani eredi al trono prendevano dimestichezza col proprio ruolo. Ma ci volle poco a capire che la reggenza di Hatshepsut sarebbe stata assai diversa. In alcuni rilievi la sovrana è raffigurata nell'atto di svolgere funzioni riservate al re come quella di fare offerte agli dei o di ordinare la realizzazione di alcuni obelischi nelle cave di granito rosso di Assuan. Nel giro di qualche anno Hatshepsut aveva già assunto il ruolo di “re” d'Egitto, il potere supremo del paese.

Hatshepsut
Hatshepsut

Il figliastro, che a quel tempo era forse già perfettamente in grado di salire al trono, fu relegato al posto di vice. Hatshepsut regnò per 21 anni. Cosa la indusse a ribaltare in maniera tanto radicale il tradizionale ruolo di regina reggente? Una crisi militare o sociale? Questioni di politica dinastica? Un'ingiunzione divina da parte di Amon? La sete di potere? «Hatshepsut fu senz'altro sollecitata a cambiare il modo in cui farsi effigiare sui monumenti, ma non sappiamo da cosa», afferma l'egittologo Peter Dorman, rettore dell' American University di Beirut. «Indovinare le sue motivazioni è estremamente difficile». Una delle ragioni potrebbe essere una questione di sangue. Su un cenotafio situato presso le cave di arenaria di Gebel el-Silsila, Senenrnut, suo primo funzionario e architetto, definisce Hatshepsut “la figlia primogenita del re”, una distinzione che ne mette in risalto la condizione di prima erede di Thutmose I e non di sposa reale del re Thutmose II. Va ricordato che Hatshepsut era una vera principessa di sangue blu imparentata con il faraone Ahmose, mentre il fratello-marito era discendente di un re “adottato”. Gli egizi credevano nella natura divina del faraone: solo Hatshepsut, e non il suo figliastro, vantava un legame biologico con la divina famiglia reale. In linea di principio, però, il potere sovrano veniva tramandato dal padre al figlio, non alla figlia; secondo i dettami della religione, una donna non era in grado di assumere in maniera adeguata il ruolo di monarca. Per superare quest'ostacolo Hatshepsut avrà sicuramente agito con una notevole dose d'astuzia. Alla morte del marito, il titolo usato di preferenza per lei non fu quello di “sposa del re”; bensì di “sposa divina di Amon”: definizione che, secondo alcuni, le spianò la strada al trono. Nelle iscrizioni Hatshepsut non ha mai fatto mistero di essere una donna; nei testi ricorrono spesso le desinenze al femminile. Agli inizi, tuttavia, sembrerebbe che avesse cercato il modo di sintetizzare le immagini di regina e di re, come se un compromesso iconografico potesse risolvere il paradosso di avere un sovrano donna. In una statua di granito rosso, Hatshepsut è effigiata in posizione seduta con un corpo inequivocabilmente femminile ma con il copricapo a strisce detto nemes e con l'ureo, il cobra, che erano entrambi simboli del re. In alcuni rilievi templari indossa invece la tradizionale veste stretta e lunga fino alle caviglie, ma tiene i piedi ben separati nella posa classica del sovrano di sesso maschile.

Hatshepsut
Hatshepsut

L'impressione però è che, col passare degli anni, Hatshepsut abbia deciso di saltare a piè pari la questione facendosi effigiare unicamente come re, con il copricapo, il gonnellino detto shendyt e la barba posticcia tipici del faraone, eliminando qualunque caratteristica femminile. Molte sue statue, immagini e iscrizioni sembrano far parte di una campagna d'immagine accuratamente studiata per sostenere la legittimità del suo regno. Nei rilievi che decorano il suo tempio funerario, Hatshepsut racconta la propria ascesa al trono come fosse la realizzazione di un disegno divino, affermando che il padre Thutmose I non solo voleva vederla re, ma che aveva anche potuto assistere alla sua incoronazione. Il grande dio Amon appare davanti alla madre di Hatshepsut nei panni di Thutmose I, il quale comanda a Khnum, il dio della creazione dalla testa di ariete che modella sul suo tornio da vasaio 1'argilla da cui nasce l' umanità: “Vai, plasmala meglio di tutti g1i dei, dai forma per me a questa figlia che io ho concepito”. Khnum, obbediente, si mette subito all'opera e risponde: “Le sue forme saranno venerate più degli dei, nel suo alto ufficio di re...”.

Sul tornio di Khnum la piccola Hatshepsut è raffigurata come un bambino maschio. A quale pubblico fosse destinata questa campagna d'immagine è tuttora oggetto di discussione. È difficile immaginare che Hatshepsut avesse bisogno di riaffermare la legittimità della propria posizione con alleati potenti quali gli alti sacerdoti di Amon o i dignitari di corte come Senenmut. Ma allora a chi era indirizzata la sua storia? Agli dei? Ai posteri? Una spiegazione forse c'è. Hatshepsut fa spesso riferimento alla pavoncella, un comune uccello di palude che gli antichi egizi chiamavano rekhyt. La parola rekhyt dei testi geroglifici viene normalmente tradotta con “gente comune” e compare spesso nelle iscrizioni del Nuovo Regno; qualche anno fa l'archeologo Kenneth Griffin ha scoperto che Hatshepsut usò tale termine più frequentemente di altri faraoni della XVIII dinastia. «Dalle iscrizioni pare delinearsi un legame personale con la rekhyt che non ha paragoni per l'epoca», sottolinea Griffin. Hatshepsut parlava spesso in maniera possessiva della “mia rekhyt” e ne cercava l'approvazione; quasi che in questa sovrana così anticonformista covasse uno spirito populista.

Quando si chiedeva cosa avrebbe detto “la gente”, può darsi che si riferisse al suo popolo, numeroso come le pavoncelle sulle rive del Nilo. Dopo la morte di Hatshepsut, avvenuta intorno al 1458 a.c., il figliastro prese il suo posto imponendosi come uno dei più grandi faraoni della storia egizia: Thutmose III fece erigere monumenti, ma fu anche un guerriero eccezionale, (ribattezzato dai posteri il Napoleone dell'antico Egitto). Tuthmosis III in 19 anni condusse 17 campagne militari nel Levante e riportò fra l'altro una vittoria contro i Cananei a Megiddo, nell'odierno Israele, che viene tuttora insegnata nelle accademie militari. Thutmose III ebbe un esercito di mogli, una delle quali mise al mondo il suo successare Amenhotep II, e trovò anche il tempo di introdurre il pollo sulle tavole egizie.

Negli ultimi anni di vita, quando altri si sarebbero accontentati di tornare con la memoria alle glorie passate, Thutmose III si dedicò, pare, a un nuovo svago: cancellare sistematicamente dalla storia la matrigna che fu re prima di lui.
Fonte: NGM