L'acqua del Nilo

«Ci sono forti segnali che presto inizierà una guerra per l’acqua tra Israele e i Paesi del Nile Basin». I media egiziani sono allerta, preoccupati per quelle voci sempre più ricorrenti secondo le quali Israele starebbe mettendo gli occhi sulle fonti egiziane del Nilo e che l’Egitto, per far quadrare i conti, sarebbe disposto a vendergli parte della sua acqua. Anche se molti oppositori sono contrari all’accordo, sostenendo che Israele sta lavorando con l’Etiopia per interferire sulle sorgenti d’acqua egiziane. E anche se una ricerca egiziana ha accertato che il Paese nel 2017 non avrà più le risorse idriche necessarie per il fabbisogno della sua crescente popolazione.

Il giornalista Anis Mansour e grande amico dell’ex presidente egiziano ormai morto, Anwar Sadat, ricorda che lo stesso Sadat molti anni fa chiese all’amico di scrivere un pezzo finto in cui si diceva che il governo stava progettando di portare l’acqua del Nilo a Gerusalemme, così che i musulmani potessero lavarsi con l’acqua sacra del Nilo primo di pregare. E alla sola notizia, peraltro falsa, si alzò un polverone nel Paese, molti gridarono allo scandalo dicendo che il governo violava gli accordi internazionali vendendo l’acqua al “nemico”. Allo stesso tempo Israele diceva di non volere l’acqua del Nilo per paura della bilharzia, una malattia tropicale che si trasmette con l’acqua. All’epoca Sadat, profetico, disse: «Vedrai che un giorno vorranno l’acqua del Nilo, anche con la bilharzia».

Oggi, quella che all’epoca era una notizia falsa, è un desiderio concreto. Israele sta mettendo veramente gli occhi sulle fonti d’acqua egiziane ma l’Egitto dovrà vedersela con gli altri Paesi attraversati dal Nilo, ora seduti intorno ad un tavolo per decidere le nuove spartizioni delle quote del fiume. Intanto il giornalista egiziano Jabar Ramadan ha scritto sul “Al-Masry Al-Youm” che la vendita d’acqua a Israele potrebbe provocare la siccità in Egitto, ricordando i commenti di Lieberman contro l’Egitto e la sua proposta di sciopero nella Diga di Assuan.

«La guerra dell’acqua è iniziata e i nostri vicini stanno distruggendo le relazione dell’Egitto con gli altri Paesi del Nile Basin», ha scritto, ricordando, inoltre, che già nel 1903, quando Theodor Herzl sottopose alla Gran Bretagna un piano per dividere le acque del Nilo, Israele cercò di persuadere l’Egitto a dargli delle risorse idriche proprio dal fiume.

Ma tutto dipenderà dalla spartizione del Nilo tra i vari Paesi che vengono attraversati dal fiume.

Proprio per questo a fine luglio si è svolto il XVII vertice dei ministri degli Affari idrici della ‘Nile basin initiative’ (Nbi, che riunisce dieci paesi rivieraschi), in cui i Paesi sul Nilo si sono riuniti per decidere le nuove spartizioni delle risorse idriche. E hanno concluso la riunione con un nulla di fatto, ovvero con un rinvio di sei mesi della firma dell’accordo.

Al centro dell’incontro, la richiesta da parte di alcuni paesi di rivedere i termini dell’accordo firmato nel 1929 da Egitto e Gran Bretagna, che rappresentava le suo colonie, che regola lo sfruttamento delle acque del fiume più lungo del continente. Secondo fonti di stampa internazionale, l’incontro è fallito a causa dell’opposizione ferrea dell’Egitto e del Sudan, che usufruiscono delle quote più elevate, pari all’87 per cento della portata del fiume.

Se gli altri paesi sollecitano una nuova spartizione per fronteggiare una continua crescita demografica e recenti cambiamenti climatici, l’Egitto argomenta che le nazioni dell’Africa centrale dispongono di altre fonti d’acqua finora non sfruttate.

Costituita nel 1999, la “Nile basin initiative” riunisce Burundi, Repubblica democratica del Congo, Egitto, Eritrea, Etiopia, Kenya, Rwanda, Sudan, Tanzania e Uganda con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione tra i paesi rivieraschi del Nilo per una equa condivisione delle risorse del fiume e per la promozione della pace e della sicurezza regionale.